Il "Color" della terra di Santo Ettorre

Le mie parole di presentazione potrebbero essere ben poca cosa rispetto alla presentazione che Santo Ettorre, classe 1976, fa di sè e della propria arte attraverso le sue opere, in anteprima in questi giorni a Palazzo De Felice, con la mostra COLOR.


L'arte, una costante nella sua vita, lo ha accompagnato silenziosa e fedele, in un lento e graduale processo si è insidiata nella totalità dell'artista grottagliese: arte di cui ora godiamo i frutti, arte che macera una realtà sottovalutata fino a rendercene una visione, se non migliorata, valorizzante (e valorizzata). È a questo che Santo Ettorre mira: a rilevare dettagli altrimenti persi nell'ordinario. In 20 quadri e 3 installazioni, ci aggiriamo in un mondo tutt'altro che ignoto, al contrario fin troppo conosciuto, e su cui mai ci siamo soffermati. Piante nei nostri vasi, nelle nostre vigne, frutti coltivati e consumati, macchine d'epoca e luccichii di posate lucidate: non soggetti esotici, eventi strabilianti o ritratti di grandi peronaggi storici; solo una quotidianeità amata e vissuta, con tutte le sue implicazioni e complicazioni.
Ciò che colpisce invariabilmente l'occhio lettore è il sapiente gioco cromatico, che, come il pittore ci ha pazientemente spiegato, è il risultato particolare di una luce univoca che ci fa scoprire la calda bellezza di un oggetto usuale. Non dunque un colore più bello, ma una luce totalizzante. Figlia di un'impressione subitanea, l'opera è dunque il richiamo di un pallido attimo che l'artista riesce a cogliere e a incastonare in una tela: focalizzazione la parola chiave, isolare un lato di un oggetto per catturare l'attenzione e facilitare la cosapevolezza del soggetto-lettore, attraverso questa riuscire a valorizzare e amare ciò che gli sta intorno.
"Grottaglie ha reagito bene" dichiara, scrutando con occhio quasi preoccupato la strana commistione di forma e colore; "Ci tornerò", promette.

Lucia Motolese

Con la sua anima di piombo e midollo di ghiaccio

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