La Donna, i Diritti e i ragazzi dell'Unisalento

Giovedì 10 marzo i ragazzi nonché studenti dell'Università del Salento, riunitisi in una manifestazione denominata "Prima cosa, storia di una donna|#INSIEMEpossiamo" ideata da Link, associazione studentesca di rappresentanza dell'Università stessa hanno promulgato le loro idee a favore del ruolo fondamentale della donna nella società.

 

"E' premessa indispensabile per la realizzazione di una società equa ed umana – mediante le parole di Ester Dinacci, scrittrice e giornalista italiana – la completa emancipazione della donna".

La Donna: un uragano di forze maggiori, l'insieme dei venti più persistenti esistenti al mondo, la gioia in lacrime sul volto di un bimbo meravigliato, una diatriba fra anima, testa e cuore. Considerata un angelo durante il periodo stilnovistico, in Petrarca "Uno spirito celeste, un vivo sole". Meravigliosa e aggraziata ma al tempo stesso militante e tenace.

Lungo e tortuoso è il percorso, un po' Shakespeariano e/o teologico, di "indipendenza dalla costola dell'uomo": l'esser considerate il sesso debole senza valida motivazione subendo continue discriminazioni e attacchi sferrati dai più bruti dei folli esemplari maschili e/o femminili tendenti all'animalesco incosciente in preda al più forte caso di rabbia.

Violenza, discriminazioni, differenze di genere, preconcetti o stereotipi (ancora) insiti nel più profondo dei sensi comuni, costantemente sotto assedio, nel vortice dei vortici, la donna, inarrestabile, determinata, a volte flessibile, non accetta (dovrebbe poter accettare) e si ribella, in passato, nel presente sperando/esigendo un futuro senza nient'altro che parità assoluta.

Troppe lacrime han rigato il viso, troppe parole son state mozzate sul nascere, fin troppi limiti sono stati apposti omettendo l'importante che esigeva orecchie attente.

La parità dei sessi dov'è?

In passato era più che evidente, palese e manifesto il ruolo di una qualsiasi donna: obbligata a quattro mura, di una casa, di una fabbrica e infine di una tomba "gloriosa"; determinata lavoratrice, il suo scopo era confinato/limitato nell'esser esclusivamente procreatrice ("sfornatrice") di figli, con il fine di creare quella squadra di calcio che sarebbe finita anch'essa sottomessa all'imperante industria tessile o metallurgica per esser successivamente considerati esclusivamente come meri operai, forza lavoro e non come esseri umani, schifosissimi ruoli, sfruttati e massacrati fino allo sfinimento.

Ma il terribile più o meno (si spera) ha sempre una fine.

Dalla seconda metà dell'800 qualcosa inizia a muoversi, prima in Inghilterra, mediante il progetto che mira alla fatidica parità e facoltà di voto anche per le donne avanzato e sorto dalle Suffragette, movimento di donne che si estese poi in più paesi, a macchia d'olio.

"Vuoi che io rispetti la legge? Allora voglio una legge che rispetti me!" Questo asserì una delle tante suffragette, ferme e coraggiose lottatrici richiedenti tanto il diritto di voto quanto, piuttosto, l'esser riconosciute donne, libere, pensanti, detentrici di potere nel potersi schierare su un determinato versante o su un altro o un altro ancora.

Passo dopo passo, lotta dopo lotta, slogan dopo slogan si è riusciti ad ottenere il voto municipale (1869) di contea (1880) ma per il voto al parlamento ce ne volle ancor più di forza e di polso.

Il rifiuto di concedere l'estensione del voto femminile portò Emmeline Pankhurst, suffragetta inglese, a fondare nel 1903 un movimento che venne definito "militante": l'Unione nazionale sociale e politica delle donne.

Nel 1918 le donne sopra i trent'anni furono, finalmente, ammesse al voto politico e nel 1928 il suffragio fu esteso a tutte le donne.

Se nella Nuova Zelanda il diritto fu offerto molto prima nel 1893 in Italia molto dopo nel 1946, ma ancora, con tanta amarezza vi è l'Arabia Saudita che tutt'oggi ha solo promesso il voto e ci si aspetta quindi che questo sia presagio di una parità di sesso reale, definitiva e globale.

Altra pecca, altro fastidioso e corroborante dolore è la violenza: da parte dei mariti, dei figli, dei padri e chissà.

Nessuno al mondo dovrebbe imboccare la via della soluzione a un litigio con un sordo sparo, con un martellante schiaffo e lacrime e distruzione annessi.

Nessuno dovrebbe apporre ulteriori dolori, arrecar danno, permettersi di beffeggiar su le donne denominandole e considerando, le stesse, meramente sesso debole perché realmente così non è.

Osservandoci dai nostri, fin troppo attivi, occhi dovremmo davvero rispettarci, a priori, senza effettuar classificazioni e differenziazioni futili, inutili, facilmente eliminabili.

Fatevi (facciamoci) forza voi (noi) donne perché da esser vittime all'esser protagoniste con il pugno e l'anima militante pronte a urlare i diritti che di diritto vi e ci spettano ci vuol davvero poco. Fatevi e facciamoci sentire.

Ma la donna 2.0 può realmente ritenersi soddisfatta dei diritti che le vengono concessi quotidianamente?

Nonostante una qualsiasi buona prospettiva il risultato è pur sempre negativo.

Perché ad una richiesta di maternità non dovrebbe corrispondere un licenziamento, in tronco.

Preferire un pantalone ad un tailleur non dovrebbe dar come risultato inutili e insignificanti liste di preferenza, neanche se fossimo a Milano durante la fashion week.

Ricordiamo, ad esempio, l'ondata "rosa" di protesta "Se non ora, quando?" levatasi per dire basta contro la mercificazione prepotente del corpo femminile proposta in questo caso dai media su spinte anche politiche che potremmo definire retrive e del tutto antistoriche.

Ed è questo uno dei tanti micro-temi estrapolati dal macro-argomento, la Donna, che han tentato di promulgare giovedì 10 marzo i ragazzi nonché studenti dell'Università del Salento riunitisi in una manifestazione denominata "Prima cosa, storia di una donna|#INSIEMEpossiamo" ideata da Link, associazione studentesca di rappresentanza dell'Università stessa.

"PRIMA COSA è la storia di una donna. Una donna nella resistenza, una donna negli anni del femminismo, una donna oggi, nella società Italiana. Prima cosa è la condizione a cui è relegata la donna. Prima, eppure cosa. Prima per gli spazi che è riuscita a crearsi con la sua sola forza. Cosa per la posizione che il maschilismo, i sessismi, l'andro-centrismo l'hanno costretta ad assumere. «E tu cosa vuoi fare? Veramente non vuoi più gareggiare?»"

Un richiamo limpido e forte, a combattere, tutti insieme, per la donna, perché insieme in gruppo, tutto è possibile. Perché una parola d'amore, sommata ad un'altra di giustizia, sommata ad un'altra ancora di paura forma uno scritto diversificato, quello che potrebbe aiutare tante altre donne in preda al panico e alla perdizione più totale.

"Un giorno esisterà la fanciulla e la donna, il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sé, qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine, ma solo a vita reale: l'umanità femminile. Questo progresso trasformerà l'esperienza dell'amore, che ora è piena d'errore, la muterà dal fondo, la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano, non più da maschio a femmina. E questo più umano amore somiglierà a quello che noi faticosamente prepariamo, all'amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda".

Carpendo e ricercando opinioni o proprie prospettive a proposito di ciò, ho avuto il piacere e la fortuna di ricever risposta dalla portavoce dei ragazzi di Link, Rosanna Carrieri, studentessa di Beni Culturali:

"Ritengo la società sia, tralasciando gli -ismi a cui sarebbe fin troppo facile e comodo fare riferimento, androcentrica. Andro, dal greco aner: uomo valoroso. Il caposaldo della società di oggi è l'uomo valoroso e non parlo di maschio o di femmina. Le forme sono strettamente maschili, non c'è possibilità e spazio per concezioni diverse.
La donna si è adattata talmente tanto a questo modello da cominciare a correre come un maschio, dimenticando la sua diversità, dimenticando il suo utero".

Prosegue ancora sostenendo e proponendo di apprezzare le diversità, dando centralità alla persona, costruendo quindi relazioni, e quindi una società. "E' innegabile che la società sia basata sul rapporto con l'altro, basata su una parità sostanziale, come l'art 3 secondo comma decanta. Sarebbe opportuno domandarsi quale sia la propria forma, smetterla di guardare a modelli più o meno stereotipato ed accettarsi nel proprio essere con la propria forza e i propri limiti, ma soprattutto domandarsi se sia meglio continuare a gareggiare tra noi o provare ad accogliere a gran voce l'umanità femminile nella sua diversità ed eguaglianza".

Ciò che dovrebbe realmente accadere, sarebbe, in tutto e per tutto, considerar le capacità intellettive, le abilità, il modo d'esser e l'atteggiamento di una qualsiasi persona, che sia donna o uomo.

Dovrebbe concretamente e definitivamente terminare tutto ciò che di una donna possa dirsi per denigrarla perché lo stesso allora dovrebbe effettuarsi sul versante maschile.

Guardando in viso la realtà, il mondo, la meraviglia che ci circonda e di cui non facciamo cuore, dovremmo sentirci nulla e quindi esser pari, uguali ed eguali in qualsiasi luogo, situazione e posizione sociale.

Non c'è (o ci dovrebbe essere) religione, credo o ideologia che possa far sentire, noi esseri umani, superiori a qualcun altro.

Una Donna, un Uomo, né uomo e né donna, l'essere umano in conclusione: detentore di diritti ma anche di doveri, educato al rispetto reciproco, imperfetto ma perfettamente migliorabile, ed è proprio questo che ci si augura, migliorarsi e rispettarsi il più possibile per un unico fine, un solo scopo: la gioia di un'esistenza medesima insieme verso il più rispettoso dei futuri.

Marialucia Magazzino

E' così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l'anima è un'entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui possa definirlo.

Fernando Pessoa

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