Vivere e morire all'Ilva, al Castello Episcopio gli "Invisibili" di Colucci e Alemanno In evidenza

 

Quando, nei primi anni Sessanta, la città ionica assistette al nascere del IV centro siderurgico italiano (allora Italsider), nessuno avrebbe potuto prevedere i cambiamenti che da quel momento si sarebbero verificati a Taranto – città fino ad allora di navigatori e pescatori – e nel tarantino. L’impatto fu determinante e da allora in Puglia il “progresso” prese il nome di Italsider. Migliaia di contadini cominciarono a lasciare la terra per lavorare l’acciaio, nacquero figure quasi mitologiche come quella del metalmezzadro – l’uomo metà operaio e metà contadino – e tutto il territorio intraprese la via dello sviluppo industriale.
Nel libro “Invisibili” (2011) Fulvio Colucci e Giuse Alemanno danno di questa realtà una lettura in parte inedita.  E lo faranno anche domenica 3 giugno, a partire dalle 19, presso l'atrio del Castello Episcopio. Alla presentazione dello scritto, moderata da Franco Calzolaio, interverrà anche Donatella Duranti, coordinatrice provinciale di Sel, più alcuni lavoratori e sindacalisti di oggi e di ieri.
Da quei primi anni Sessanta, ne è passato davvero tanto, per 50 anni lo stabilimento siderurgico ha continuato a dominare l’orizzonte, come una montagna, un colosso, un immenso “monumento”, una certezza luminosa. Decine di migliaia di operai provenienti da tutto il Sud Italia hanno legato le loro vite a quella dello stabilimento, sono invecchiati, hanno faticato fino alla pensione tra colate di metallo fuso e temperature inimmaginabili. Molti di loro sono stati sostituiti dai figli, cresciuti anche loro, come tutti noi d’altronde, all’ombra della grande fabbrica.
Certo non tutto poteva essere perfetto, la fabbrica era nata proprio a ridosso dell’abitato, praticamente in periferia, e ciò non poteva non comportare le gravi conseguenze che oggi assillano le coscienze di tanti pugliesi. Un "Monumento al Lavoro", sì l’Ilva oggi rappresenta un “monumento a lavoro” o almeno così si sente molto spesso dire. Lo stabilimento è la prova lampante della vocazione industriale di Taranto, altra espressione ricorrente, molto conservativa, che trova non pochi facili riscontri nella grande zona industriale di Taranto. Forse si tratta di semplici etichette, di slogan ripetuti per convincersi che le certezze del presente sono pur sempre meglio dei rischi del cambiamento. Comunque la si pensi, è difficile negare l’enorme contributo al cambiamento innescato dall’Italsider (anche se nel frattempo il mito ha lasciato il posto alla realtà, del “monumento” è rimasto più che altro un ricordo sbiadito dall’attualità di un territorio intriso di veleni e della “vocazione” una cultura impoverita che stenta a riconoscersi in se stessa).
Nel loro libro gli autori Fulvio Colucci e Giuse Alemanno hanno raccolto le testimonianze e le storie di vita di chi per tanti anni ha lavorato nel siderurgico. Un punto di vista emotivo, ricco di suggestioni, che fa vivere al lettore un’esperienza particolare, a contatto con i sentimenti degli operai e delle loro famiglie. L’Ilva letta attraverso la lente delle paure e delle speranze dei suoi lavoratori. Un ottimo punto di partenza per una discussione sulla realtà attuale del nostro territorio. 
Ultima modifica ilMercoledì, 30 Maggio 2012 15:22
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