Intervista a Rodolfo Mannara: cantautore fuori dagli schemi

Non conoscendoci, arrivati sul luogo dell'incontro, non sapevamo chi era uno e chi l'altro. Poi vedendoci aspettare rispettivamente qualcuno capiamo che eravamo lì per lo stesso motivo. Ci sediamo e può cominciare così... "Ciao, volete ordinare?", "Io un caffè", "Un ginseng grazie"... e può cominciare così l'intervista con Rodolfo Mannara, cantautore, polistrumentista... ma lasciamo a lui le presentazioni.

-Per cominciare presentati ai lettori di Grottaglie24.

Rodolfo Mannara in arte Rod, cantautore Indie Rock. Il mio percorso musicale nasce prestissimo quando avevo 12-13 anni; ho cominciato a suonare la chitarra, strumento che poi ho approfondito col diploma al conservatorio, poi ho imparato a suonare anche altri strumenti diventando un polistrumentista. Col tempo ho avuto l'opportunità di rapportarmi con realtà musicali professionali e competenti arrivando sul palco dell'Ariston durante la 59° edizione di Sanremo, facendo una sfida ad Amici e facendo anche un'ospitata a X-Factor. Tutto questo però inseme ad Olsi Arapi, progetto che si chiamava "B-Mora", nel 2011 i "B-Mora" si sono sciolti anche se comunque adesso collaboriamo per altre cose. Ho deciso di intraprendere un discorso singolare di musica cantautoriale Indie Rock e adesso uscirà il mio primo album totalmente prodotto da me. Perché insieme al mio cammino professionale a livello artistico ne è nato un altro a livello tecnico, infatti da 2 anni e mezzo sono produttore artistico, ho uno studio di registrazione e insieme alla Street Label Record di Roma sono diventato da pochissimo un produttore discografico a tutti gli effetti. Oltretutto collaboro con una società di Milano che si chiama AppMusic, etichetta a cura di Enrico Palmosi produttore dei Modà. Insieme al mio lavoro personale c'è un lavoro di scoperta di ragazzi che sono talentuosi, quindi tutto il nostro percorso si muove attraverso un criterio di dar spazio e voce a ragazzi che realmente hanno talento. A breve uscirà il primo disco di "Idem" che è il nostro primo prodotto da produttore discografico.

-Quindi possiamo dire che tu stesso sarai il secondo?

Paradossalmente io stesso sarò forse il secondo. Ci ho messo due anni a scrivere il mio disco, perché c'è stato un cambio totale di genere, in quanto nello show business spesso sei costretto o ti costringono a portare avanti un'immagine o un sound che non ti rispecchia. Loro hanno dei canoni commerciali da portare avanti oltre al fatto che hanno sempre bisogno di soldi e quindi molte volte la realizzazione di un album è il 5% di quello che realmente poi serve affinché questo CD possa essere ascoltato dalla maggior parte delle persone.

-Abbiamo detto che hai frequentato Sanremo, Amici e X-Factor. Esperienze?

Le esperienze sono state varie. Primo perché si imparano molte cose, si impara a gestire l'ansia della telecamera; può essere irrilevante ma emotivamente ha la sua difficoltà perché comunque sia chi ti sta guardando è un numero spropositato di persone. Quando ti ritrovi a entrare in determinati circuiti escono anche esperienze di live, infatti abbiamo fatto numerosi concerti davanti a molte persone tipo il Circolo degli Artisti di Roma, a La Sapienza, alle Olimpiadi del Mediterraneo a Pescara. Sono esperienze che aiutano a costruire tasselli fondamentali della crescita artistica di un compositore. Quindi esperienze positive tutte; esperienze negative quelle che rientrano in una logica di show business piuttosto che di musica, però quello che ogni artista deve guardare sono solamente i lati positivi e artistici perché altrimenti un percorso non può mai procedere. Questo è il consiglio che do a chi vuole inserirsi nell'ambiente.

-Questo quando eri nei "B-Mora", ora fai il cantautore da solo. Quali sono le differenze tra adesso rispetto a prima che facevi parte di un duo?

Sicuramente ci sono molte differenze perché il progetto lo pensi tu, quindi quel suono, quell'accordo, quella melodia è frutto di una tua scelta e non di una scelta comunitaria. Anche se poi non è sempre così. Ad esempio quando utilizzi dei musicisti che vengono a registrare delle parti nella tua canzone danno un loro apporto personale che anche un cantautore deve accettare per arricchire il suo bagaglio. Quindi non è una cosa totalitaria ma spesso è anche dovere dell'artista ricercare sonorità da competenze altrui.

-Come mai la scelta del genere Indie Rock?

In realtà sono diventato Indie Rock, dato che il mio percorso di studi è classico perché io mio sono specializzato in chitarra classica in conservatorio. Poi essendo un grande amante del Rock, del Blues, del Funk, mi sono ritrovato a mescolare tutto e quindi quello che ne esce è un genere che difficilmente si riesce a collocare. Oggi questa incollocabilità viene detta Indie; in genere indipendente da tutte quelle collocazioni della musica.

-Hai qualche artista che hai ascoltato o che ascolti ancora a cui ti rifai, che ti influenza?

La band che in assoluto mi influenza e mi ha influenzato sono i "Beatles", anche nei percorsi singolari fatti da John Lennon e Paul McCartney che io ritengo siano a livello cantautoriale il massimo livello della musica mondiale, proprio a livello di scrittura di canzoni. Poi AC/DC, Led Zeppelin e anche artisti italiani come Ivan Graziani, Ivano Fossati, qualcosa anche di più recente come Cremonini anche se il genere è più Pop. Non sono un tipo che ascolta solo un genere, mi piace anche sperimentare.

-Come vedi la scena musicale italiana attuale? Partendo da quella generale fino ad arrivare a quella specifica Indie rock di cui fai parte.

Calcolando che la musica italiana la decidono 3/4 persone massimo, suppongo che sia in profonda crisi. Bisogna calcolare che i talent sono nati per risparmiare sui soldi di promozione discografica, quindi un ragazzo che per 6 mesi è gratis in TV fa risparmiare alla casa discografica 200/300 mila euro di promozione e ufficio stampa. Questo può sembrare irrilevante ma vi assicuro che la casa discografica è un'azienda come tutte le altre quindi anche loro pensano moltissimo a tutto questo. È chiaro che poi in un circuito totalitario come quello di Amici o di X-Factor il genere preso in considerazione è sempre lo stesso perché loro vorrebbero semplificare il rapporto con il pubblico facendo passare qualcosa di più assimilabile; rapportandosi a situazioni inglesi persino gli "Arctic Monkeys" che sono estremi sono nelle top ten dell'ascolto generale di un ragazzo medio inglese. Quindi c'è una differenza che non dipende da noi ma dipende da chi decide certe cose, sicuramente non è un periodo positivo, però sono positivo pensando che il dato è decrescente, perché necessariamente poi noi a livello umano avremo bisogno della musica vera, quindi non bisogna buttarsi a terra ma bisogna pensare che sia un periodo di transizione. La parte invece Indie è più forte perché non ha bisogno di circuiti particolari i cui infilarsi, è sufficiente suonare dal vivo, andare nei locali, andare a presentarsi di persona davanti alla gente, perché alla gente piace conoscere un artista direttamente. Quindi sei più soddisfatto e magari una band piuttosto che conquistare un fan attraverso Youtube, dove le visualizzazioni e le utenze sono molto relative, lo fa in un concerto live con 50 persone; quelle persone al 90% hanno la probabilità di diventare fan a vita di quell'artista perché avvertono il piacere di ascoltare qualcosa di nuovo e di assaporarlo.

-Se ti dovessi descrivere come cantautore e come produttore discografico?

È difficile rispondere a questa domanda. Sono una persona molto autocritica, non esiste una persona che possa essere crudele con me più di quanto possa esserlo io stesso. Posso dirti quello che sono e che vorrei fare. Io cerco la particolarità, non mia piace essere scontato, scrivere canzoni lineari, mi piace mettere tutto quello che ho imparato in una canzone. Sul palco poi mi piace divertirmi, camminare, correre, mi piace trasmettere al pubblico più l'energia che il senso estetico del concerto, perché chi ti guarda deve essenzialmente divertirsi. Discograficamente non posso entrare in un discorso commerciale nonostante quest'anno ho avuto modo di incontrare produttori importanti. Mi hanno sempre fatto molti complimenti ma mi hanno anche detto che per il mondo discografico moderno non avrei un angolo di spazio. Perché l'Indie, esattamente come gli Afterhours, i Marta, I Marlene, fondamentaliste è normale, è il resto della situazione musicale che è inferiore alla normalità; è questo il messaggio che vorrei inviare. Non c'è nulla di superlativo nell'essere indie, c'è semplicemente un'esigenza di fare con la musica quello che realmente ti piace fare, mentre con il Pop la gente si ritrova ad entrare in degli schemi, quindi scendi al di sotto della normale funzione musicale. Il consiglio che do a chi vuole fare questo mestiere è che la particolarità è un punto di forza; ascoltare tanta musica, avere dei punti di riferimento, ma scegliere con la propria testa perché si è soddisfatti con se stessi e le persone che riesci a inglobare con la tua canzone sanno apprezzarti realmente.

-Un aneddoto che ricordi in particolare da fan o da artista?

Ho tanti aneddoti che mi sono rimasti impressi. Da fan quando intervistavo i cantanti al 1° Maggio di Roma mi hanno dato come messaggio che sul palco bisogna sempre dare il massimo. Questo concetto mi riporta alla mente un concerto fatto a Pescara dove c'erano più di 5000 persone a guardare una band che non conosceva nessuno; è stata una delle emozioni più forti della mia vita perché quando il pubblico partecipa, applaude, ti segue, ti da una carica emozionale che forse nessun'altra esperienza può darti. Un'altra esperienza che mi ha cambiato totalmente è stata una chiacchierata fatta con Manuel Agnelli nel back-stage di Sanremo, ricordo che lui era tristissimo dopo che erano rientrati dall'esibizione. Mi disse che non era stata una scelta loro la partecipazione a Sanremo, questo provocava in lui grandi problemi, perché gli Afterhours sono stati e sono una una realtà indipendente fortissima. Capisci che ci sono dei periodi nella vita, delle situazioni che si vanno a creare, però l'importante che è avere una passione che è più forte di ogni altra cosa, sostengo che loro siano un esempio per chiunque voglia portare avanti un discorso indipendente.

-Lasciando da parte la musica, che rapporto hai con Grottaglie?

Anche se ora non vivo più a Grottaglie, mi sento a casa. È una sensazione strana perché ci ho passato così tanto tempo e ho così tanti affetti che la sento davvero come una casa. Penso che sarà un legame che mi porterò sempre, mi piace molto. In tutte le città che vedo riesco a trovare quella particolarità che Grottaglie ha, perché Grottaglie è una città d'arte. Certo non siamo al punto di arrivo, è ancora un percorso che sta facendo, però sta camminando e sono sicuro che fra 10 anni avremo a Grottaglie una realtà incredibile, questo anche grazie alla gente che crede in progetti intelligenti come per esempio questo giornale; perché spesso ci soffermiamo solo sul lato estetico delle cose e non sulla cultura reale dell'informazione che è il motore della società.

-Per concludere parliamo dei tuoi progetti futuri. Oltre alla prossima uscita del tuo album, hai altro in mente?

Al momento stiamo portando con l'etichetta un tour itinerante in tutta Italia, qui sicuramente la tappa sarà o alle Officine Tarantine o al Demodè in provincia di Bari. Noi abbiamo un calderone di artisti in cui ci sono anch'io al quale lavoriamo giorno per giorno. Poi sicuramente partirà un mio tour, ora devo scegliere i club per metterlo su, perché voglio portare definitamente fuori la mia musica. Tra un po' uscirà una mia canzone, "Molte volte rido", è una canzone che parla della tristezza che si prova quando si pensa che forse andar via è l'unica soluzione possible per se stessi. L'album non so ancora come chiamarlo, perché ho più opzioni in mente. Il tema principale sono io, però nei testi 1 canzone su 10 parla d'amore, 9 parlano di vita reale; parlo molto di politica perché mi piace mandare un messaggio intelligente nelle mie canzoni e non fine a se stesso. Qualcuno mi ha definito troppo ermetico nei testi, però sono scelte, perché io faccio musica principalmente per essere soddisfatto io, come dovrebbero d'altronde fare tutti.

Ultima modifica ilLunedì, 06 Ottobre 2014 17:23
Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

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