30 anni, Roma e le pillole di un futuro incerto

Zerocalcare, i The Pills, Calcutta, tutti giovani, tutti romani, stessa generazione, 30 anni, una generazione che più di tutte le altre sa cosa significa non avere certezze nel proprio futuro: l'instabilità economica, quella sociale, gli anni che passano, le mode, le preoccupazioni. Tutto cambia ma ci si sente sempre impreparati, nudi, fragili, con un masso di pensieri da portare sulle spalle mentre si cammina sulle uova. Questi giovani artisti riescono, col fumetto, col cinema e con la musica a raccontare tutto questo, con ironia, malinconico disincanto, voglia di fare e di combattere tutto questo facendo quello che li fa stare bene, e facendo stare bene anche chi arriva a loro attraverso le loro opere, che mai come in questo periodo sono al centro dell'attenzione, collocandosi nel posto giusto al momento giusto.

Zerocalcare - L'elenco telefonico degli accolli: Affrontare la propria vita quotidiana con un fardello di vicissitudini e responsabilità sulle spalle è come cercare di mantenere l'equilibrio camminando sulle uova per Zerocalcare, celebre fumettista romano, sempre accompagnato nelle sue tragicomiche peripezie dalla voce interiore del fido Armadillo. Alle prese con una crescente popolarità, l'autore deve vedersela con scadenze pressanti, assillanti "accolli" di tutti i generi e, soprattutto, con le proprie insicurezze e frustrazioni. Tempi duri per il carapace dell'Armadillo, costretto a sopportare pressioni di ogni tipo per proteggere e sostenere l'amico Zerocalcare, nome d'arte di Michele Rech, aretino di nascita ma con il cuore ancorato a Rebibbia. Autentico fenomeno editoriale, l'autore racconta vicende quotidiane autobiografiche trasformandole in storie comiche, talvolta agrodolci, riflessive o intimiste, arricchite da valanghe di divertenti citazioni. L'elenco telefonico degli accolli è la seconda antologia di storie brevi di Zerocalcare, già pubblicate sul proprio blog, dopo il successo di Ogni maledetto lunedì su due. Un metaforico viaggio che cita Il Signore degli Anelli, raccontato in 45 pagine inedite, fa da filo conduttore tra le piccole perle generate dall'artista romano. Il successo crescente di Zerocalcare che lo affranca, si spera, dalla sua eterna precarietà e l'impatto della celebrità sulla sua vita quotidiana sono evidenti. Rispetto ai volumi precedenti che si concentravano maggiormente sugli aspetti più intimi e personali, qui le storie ruotano attorno alle tribolate vicende professionali e alla coesistenza con i fans dentro e fuori i social network. "Accolli", nell'accezione intesa dall'autore, è un termine prettamente romano ma Zerocalcare usa anche un'altra definizione, universalmente riconosciuta, per indicare tali molesti individui: "cacacazzi". Sono quelli che riescono a fargli saltare i nervi anche se il carapace dell'Armadillo cerca di isolarlo. Nella critica satirica e anticonformista al resto del mondo, l'autore ha però l'onestà di rovesciare la medaglia e guardarsi allo specchio, dritto negli occhi. Quando esce dal suo guscio, infatti, è lui a mostrare problemi di socializzazione, paranoie e inadeguatezze riuscendo sempre a sdrammatizzare per il piacere del lettore.

The Pills - Sempre meglio che lavorare: Nel giro di 5 anni Luca Vecchi, Luigi di Capua e Matteo Corradini sono diventati un fenomeno mediatico, nati on line, approdati in tv ed ora pronti ad invadere le sale con una commedia demenziale, esilarante e cinefila in cui raccontare una generazione, quella dei 30enni di oggi, provando a ribaltarla. Dimenticatevi i 30enni mucciniani isterici e in balia del futuro che incombeva su di loro, perché i protagonisti di quest'opera prima hanno sì 30 anni ma non hanno alcuna voglia di prendersi sul serio e di assumersi responsabilità. L'immobilismo postadolescenziale è un monolite da cui mai fuggire, a cui aggrapparsi con fatica ed orgoglio, tirando a campare giorno dopo giorno, canna dopo canna, attorno a quel sudicio tavolo che è volutamente incolore, proprio perché legato ad un mitologico passato infantile fatto di sogni irrealizzabili da cui è doveroso non scappare. Un'opera prima sboccata e irriverente, cinica e a tratti implacabile nel pennellare i lineamenti di una generazione che vive con preoccupazione quotidiana l'incubo del lavoro e dell'inevitabile emancipazione, frenata rispetto al passato dalla mancanza di granitiche certezze economiche. Tutto questo i the Pills l'hanno impacchettato con sana ironia, partendo da una travolgente infanzia che vede i tre 'bimbetti' del 1994 giocare ad indossare gli abiti degli adulti. Derisi più e più volte Carmelo Bene e il cinema mucciniano, i tre seminano citazioni a profusione, intavolando un soggetto palesemente banale che vede i protagonisti entrare in crisi d'identità per i 30 anni ormai raggiunti. Ma con quante risate al suo interno, tra social da sfruttare e part-time, feste piene 'di fregna che neanche a via Libetta' e furiosi litigi con un ventenne solo e soltanto perché ti ha dato del 'lei'. Tra allucinazioni varie e un corso intensivo alla Bruce Wayne guidato dal mitico Giancarlo Esposito di Breaking Bad, la Bangli Corporation diverrà la punta dell'iceberg comico da cui i The Pills possono a ragion veduta sventolare la bandiera dell'impresa riuscita. Perché con tutti i limiti strutturali del caso, Sempre meglio che Lavorare vince la sfida della sala cinematografica proprio perché riuscito a non snaturare i suoi tre autori, rimasti fedeli ad una comicità generazionale figlia del web, cinefila, cattiva e irriverente fino all'eccesso (con colonna sonora che spazia da I Cani a Calcutta passando per iThe Giornalisti). Tanto dall'accettare il rischio di un limitato bacino di pubblico a cui mostrarsi, suscitando condivisione persino nei confronti della metafora esistenziale dell'anno. Che ha come protagonista la 'cicorietta de mamma', tanto odiata da bambini eppure così amata ed agognata una volta invecchiati. Con annessa ed inevitabile crisi d'ansia nei confronti del tempo che scorre. Inesorabilmente.

Calcutta – Mainstream: La favola di Calcutta continua, da cantore di provincia a protagonista dei rotocalchi nazionali, dove nelle pagine "Cultura e spettacoli" si parla di lui, lo si intervista, si analizza un personaggio che pare capitato lì per caso, e le sue canzoni piacciono, sempre di più.
Calcutta oggi ha deciso di (fingere di) diventare "mainstream" ma, pur dimensionandosi come ultra-pop, resta saldamente collocato nell'underground, nel suo habitat naturale, che ora inizia a stargli un po' stretto, ma dal quale meglio può descrivere quel provincialismo "sano", fatto di piccole fragili storie che disegnano una realtà fatta di irreversibile precariato.
Sono racconti che, una volta usciti dalla sfera di riferimento dell'autore, diventano universali, nei quali i giovani d'oggi si rispecchiano alla perfezione, con tenui soddisfazioni che mostrano il segno dei tempi che cambiano, ma non possono avere la forza di oscurare i disagi derivanti da amori accartocciati e solitudini perenni, anche se eternamente confortevoli.
La notte si trascorre mangiando una pizza da soli, poi chissà dove si andrà a dormire, magari si vedrà un film, ma il nome del regista svanirà nei ricordi, confuso nella memoria, però ci si sente liberi di poter lavare i piatti senza lo Svelto, e questo aiuta a star meglio, a sentirsi svincolati da una quotidianità che non si vuole mai troppo allineata.
Calcutta azzecca il disco giusto al momento giusto, conservando la stessa matrice dell'esordio: quella spontaneità non si è dissolta, nonostante la scrittura dei brani si presenti maggiormente "pensata", gli arrangiamenti siano più complessi e curati, l'atteggiamento complessivo meno lo-fi, grazie alla presenza di una band alle spalle, in grado di fornire una nuova spinta energetica.
Pillole di vita metropolitana, un concentrato di "surrealismo realista", dove qualsiasi giovane della sua generazione può rintracciare sé stesso, pezzi di un puzzle di tendenza, brani rivestiti nel modo giusto, indossati dal personaggio perfetto per l'occasione, una maschera alternativa che sa farli funzionare al meglio.
Un po' Rino Gaetano, un po' Alberto Ferrari, un po' Lo Stato Sociale, un po' i due Vasco (Rossi e Brondi), enfatizzando ancor più che in passato quell'attitudine pop ben radicata nel suo Dna, frullando tutto nella contemporaneità degli anni 10 di una generazione che "sopravvive" senza più certezze, senza un lavoro fisso, precocemente disillusa, ma non ancora sconfitta.

Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

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