Sorprese visionarie: Zerocalcare, Die e Tomorrowland

In questo primo giorno d'estate vi consiglio Dimentica il mio nome, libro a fumetti dell'acclamato fumettista Zerocalcare, secondo classificato al Premio Strega giovani 2015; Tomorrowland, nuovo film Disney di Brad Bird, regista di Gli incredibili e Ratatouille, ha creduto nella storia così tanto da aver rifiutato la regia del settimo capitolo di Star Wars, giudicando troppo preziosa l'occasione di realizzare un'opera a soggetto originale di questa portata; infine "Die", nuovo album di Iosonouncane (Jacopo Incani), album considerato da molti come una delle milgiori uscite italiane del 2015.

Zerocalcare - Dimentica il mio nome (Fumetto): Quando l'ultimo pezzo della sua infanzia se ne va, Zerocalcare scopre cose sulla propria famiglia che non aveva mai neanche lontanamente sospettato. Diviso tra il rassicurante torpore dell'innocenza giovanile e l'incapacità di sfuggire al controllo sempre più opprimente della società, dovrà capire da dove viene veramente, prima di rendersi conto di dove sta andando. A metà tra fatti realmente accaduti e invenzione.

Tomorrowland di Brad Bird: Casey Newton (Britt Robertson) è una ragazza particolarmente dotata per la scienza, ottimista e decisa a rettificare le storture che vede intorno a lei. Un tempo anche l'inventore Frank Walker (George Clooney) era così, al punto da aver avuto accesso a un incredibile esperimento segreto per porre le basi di un vero futuro alternativo e luminoso per l'umanità. Il caso, rappresentato dalla misteriosa bambina Athena (Raffey Cassidy), li farà incontrare, riportandoli al cospetto di Nix (Hugh Laurie), un utopista che ha scelto una strada inflessibile.
Se dovessimo indire un processo alle intenzioni, Tomorrowland sarebbe uno dei film più preziosi mai prodotti nell'ambito del blockbuster hollywoodiano contemporaneo. 
Non si può nemmeno negare che Bird abbia costruito Tomorrowland su un tema che gli sta molto a cuore, quello dell'eccellenza di individui particolarmente dotati, e della responsabilità che hanno verso la società che possono e devono migliorare. Non si parla qui di qualità supereroiche o culinarie, ma specificamente di predisposizione al sogno, all'utopia, che tramite la volontà diventa genialità e quindi energia di cambiamento. Tutto nell'ottica di quella candida fiducia cieca nel futuro che aveva animato Walt Disney, fautore della sezione del parco a tema di Disneyland che porta proprio il nome del film: cuore e tecnica per scongiurare la decadenza.
Quando le intenzioni, creative e contenutistiche, sono così nobili, dispiace ancora di più recriminare sui risultati. Bird, con il cosceneggiatore Damon Lindelof, azzarda scelte pericolose che non pagano e rendono il film molto più debole dell'ideologia che lo sorregge. Se il contesto e le situazioni sono surreali, la strategia classica vorrebbe la collocazione di persone normali in tali contesti straordinari (o viceversa, come accadeva in Gli Incredibili!). Nessun personaggio però in Tomorrowland è "normale": Casey, Frank e Athena si comportano da subito in modo spiazzante, rendendo l'immedesimazione difficile. Il copione poi li disperde nei dialoghi, alternando umorismo sarcastico con picchi retorici lontanissimi dall'equilibrio di humor e profondità che Bird aveva sempre garantito in precedenza. Si compie il viaggio quindi con protagonisti distanti, la cui umanità si comincia ad avvertire solo verso la fine, troppo tardi.
Lo stupore che dovrebbe reggere un'esperienza visionaria come Tomorrowland viene poi quasi del tutto bruciato già nel prologo con il piccolo Frank.
Quando si fa un bilancio di Tomorrowland, si rimane amareggiati proprio perché è un'opera sincera e personalissima, che traboccherebbe di originalità e idee, gestite però senza il rigore che pure da un grande autore come Bird ci aspetteremmo.

Iosonouncane – Die: Iosonouncane incomincia all'indomani di "Mano ai Pulsanti", unico e postumo album dei sardi Adharma, di fatto la prima opera solista del tastierista, multistrumentista e cantante Jacopo Incani, o comunque un suo preludio che già ne mostra la personalità.
Quando vara a tutti gli effetti il suo personale progetto, con l'Ep omonimo "Iosonouncane" (2010), Incani stupisce per gli sfregi iconoclasti delle canzonette retrò, tutto a base di loop e campionamenti, marcette e invettive strepitate caotiche, ballate un po' robotiche e un po' clownesche.
Il primo disco lungo, l'acclamato "La macarena su Roma" (2010), invero aggiunge poco, oltre a versioni ridotte e addomesticate delle "canzoni" dell'Ep.
Tutto ciò sembra convergere verso la sua opera maggiore, "Die". I suoi momenti clou, "Tanca" e "Buio", oltrepassano le già poche oleografie del suo passato prossimo e approdano alla composizione originale tout-court, a meditazioni elettro-orchestrali a un tempo sognanti e irretite.
Gli 8 minuti di "Tanca" sono di un'asfissiante densità. Una pulsazione electro-folk, aumentata di lamenti aborigeni, è in realtà l'inizio di un crescendo di trambusti esoterici; il canto impossibile, il tempo sottilmente irregolare, le tastiere fantasma hanno qualcosa del periodo psichedelico di Tim Buckley.
Anche l'inizio di "Buio" è spettacolare: un'ipnosi in tempo ternario cullante in una continua, Mike Oldfield-iana trasformazione di stato, entità, tono e colore. Quando entra il canto, tutto si riordina in un lento da balera in versione surreale, pur ancora imbevuto di tastiere progressive e cori di sirene, con un finale di tremula trasfigurazione strumentale.
Concept marino sulle distanze e le lacerazioni che ne conseguono. Diseguale ma compatto nelle intenzioni, è forse l'unico disco di un cantautore italiano che sovrappone la sciatteria della canzonetta silly al sublime dell'avanguardia. Come un mare prima della tempesta, si esprime con una calma apparente e poi via via con un'orchestrazione che sciaborda. Co-arrangiato e co-prodotto con Bruno Germano, con un tocco etnico da parte di Antonio Firinu e Paolo Angeli, un tocco elettronico da parte dell'esordiente Dario "Alek Hidell" Licciardi e un tocco post-rock di due Junkfood (Simone Cavina e Paolo Raineri).

Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

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