Il ritorno della distopia: Mostri, Dinosauri e Droni

Per distopia s'intende la descrizione di una immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa. Il termine è stato coniato come contrario di utopia ed è soprattutto utilizzato in riferimento alla rappresentazione di una società fittizia (spesso ambientata nel futuro) nella quale alcune tendenze sociali, politiche e tecnologiche avvertite nel presente sono portate a estremi negativi. Oggi tratteremo tre opere caratterizzate da aspetti distopici: Cari Mostri di Stefano Benni è un libro che ci mette di frotne alle nostre paure più nascoste, quelle reali e quotidiane; Jurassic World è il quarto film della famosa saga sui grandi rettili estinti, esce dopo dieci anni dal terzo e ci riporta in quel mondo che nel 1993 ci aveva tanto impressionato; l'album di questa settimana è Drones, il nuovo disco dei Muse, la band distopica per eccelenza, band che ambisce a prendere la fantascienza, le guerre mondiali, l'umanità intera e i robot e a raccontarli con un assolo di chitarra su una sinfonia orchestrale.

Stefano Benni – Cari Mostri: Stefano Benni sfida il racconto di genere e apre la porta dell'orrore. Lo fa con ironia, lo fa attingendo al grottesco, lo fa tuffandosi nel comico, lo fa tastando l'angoscia, lo fa, in omaggio ai suoi maestri, rammentandoci di cosa è fatta la paura. E finisce con il consegnarci una galleria di memorabili mostri. E allora ecco gli adolescenti senza prospettiva o speranza, ecco il Wenge, una creatura misteriosa che semina panico e morte, ecco il plutocrate russo che vuole sbarazzarsi di un albero secolare, ecco una Madonna che invece di piangere ride, dolcemente sfrontata, ecco il manager che vuole ridimensionare un museo egizio sfidando una mummia vendicativa. Stefano Benni scende negli anfratti del Male per mettere disordine e promettere il brivido più cupo e la risata liberatoria. E in entrambi i casi per accendere l'immaginazione intorno ai mostri che sono i nostri falsi amici, i nostri veleni, le nostre menzogne.

Jurassic World di Colin Trevorrow: Tutti quelli che videro al cinema Jurassic Park nel 1993 aspettavano il momento di rivivere l'esperienza che Il mondo perduto e Jurassic Park III non furono in grado di eguagliare. E non si tratta soltanto dell'effetto sorpresa che si riduce dopo il primo impatto. I dinosauri di Jurassic Park erano senza dubbio straordinari, figli di un matrimonio tra artigianato e CGI che diffuse e continua a diffondere amore. Tutti amano i dinosauri, perché c'erano prima di noi, le loro tracce ci sono ancora oggi, sono un mistero lontano 65 milioni di anni, sono selvaggi e affascinanti. E, ovviamente, perché fanno paura.
Ma Jurassic Park non era soltanto il più reale faccia a faccia con loro che fosse mai stato realizzato. Il film te li faceva sentire sotto pelle quei rettili giganti, come molte altre volte quel grande narratore che è Steven Spielberg era stato capace di calare assi e inquietudini mentre aspettavi di vedere squali, alieni o autocisterne. Ecco, quei vividi brividi che rendono unica e indimenticabile la visione di un film, anche Jurassic World li possiede? La risposta è no, l'esperienza che il film offre non è leggendaria. Ci si avvicina almeno? La risposta è sì, siamo davanti a un prodotto di intrattenimento in grado di produrre sussulti di grande valore. Sembravano veri più di venti anni fa, quindi sul fronte effetti speciali e sulla credibilità dei dinosauri non serve porsi interrogativi. Il lavoro fatto è eccezionale. Giustificare un sequel a livello narrativo invece è il primo vero scoglio per i produttori.
Jurassic World è la naturale evoluzione di Jurassic Park. Il sogno di John Hammond, il personaggio del compianto Richard Attenborough, è diventato realtà e oggi il parco divertimenti è aperto, funzionante e accoglie ventimila visitatori al giorno. L'intera Isla Nublar è gestita a livello operativo da Bryce Dallas Howard che interpreta Claire, una donna in carriera che non ha tempo di badare ai due nipoti in visita al parco. La sala di controllo di Claire è degna della Nasa, ma è nel retrostante laboratorio genetico che accade il fattaccio. Il Dottor Wu è nuovamente all'opera con gli embrioni e ha sempre il volto dell'attore BD Wong che rappresenta l'unico collegamento diretto con Jurassic Park. Mescolando il DNA di diverse specie animali, il dottore ha creato un nuovo esemplare, una sorta di T-Rex 2.0, per esaudire la richiesta degli azionisti.
Come la storia insegna, gli esperimenti moralmente discutibili e scientificamente pericolosi portano con certezza soltanto una cosa: guai. La nuova bestia è molto intelligente, abbastanza intelligente per far accadere esattamente quello che tutti desideriamo. Il nuovo dinosauro battezzato Indominus Rex fugge dal recinto, semina il panico, manda in tilt ogni sistema di sicurezza e divora umani come se fossero tramezzini. Per fermarlo ci vuole qualcuno che capisca il comportamento animale, qualcuno che ha già dimostrato di saper "ammaestrare" i feroci velociraptor. Owen Grady è quel qualcuno e Chris Pratt ne è un perfetto interprete. In questo senso il film fa un passo avanti ipotizzando un possibile dialogo tra l'uomo e la bestia primitiva.
Per giustificare un sequel in cui far rivivere i dinosauri bastava poco. Il film di Spielberg era pura sopravvivenza, come nella più classica delle strutture dei film horror. Anche qui si scappa per salvarsi la pelle e solo chi è più furbo dei dinosauri ci riesce, ma invece degli interessi di altri personaggi come il Morton di Vincent D'Onofrio o dello stesso Dottor Wu che giustificano soltanto l'evoluzione della storia nei futuri film della saga, sarebbe stato più elettrizzante dare spazio alla suspense. Dov'è il bicchiere con l'acqua che trema?
Il regista Colin Trevorrow avrebbe potuto essere più generoso con l'omaggio al primo film, non fermandosi alla jeep e agli altri elementi vintage, ma tentando di riportare quelle vibrazioni sotto pelle che hanno segnato un'intera generazione di spettatori.

Muse – Drones: Cosa sono oggi i Muse? La band che meglio di qualsiasi altra è in grado di catalizzare in un sol colpo l'attenzione sia degli appassionati del circuito alternativo, sia di coloro che si nutrono di pane emainstream music. Il problema risiede nel fatto che riuscire a coniugare in maniera egregia le esigenze di ambedue le tribù è cosa tutt'altro che semplice, e nell'arco di una carriera di solito può riuscir bene giusto un paio di volte.
Il trio inglese, dopo i primi due album iper-apprezzati dalla critica, riuscì a compiere il miracolo con "Absolution" che, pur facendo storcere il naso a gran parte dei fan iniziali, raggiungeva l'obiettivo di conquistare i favori del grande pubblico, ampliando a dismisura la base dei sostenitori.
Il successivo "Black Holes And Revelations" realizzava di nuovo l'impresa, pur con una qualità complessiva lievemente in discesa, poi spazio a dischi decisamente meno ispirati, nei quali magniloquenza e orientamento al pop prendevano troppo la mano alla scrittura di Matt Bellamy.
Nonostante un cammino per alcuni versi discutibile, i Muse nel 2015 si confermano una delle poche band in grado di riempire gli stadi di tutto il mondo, forti di una tecnica ineccepibile e di un carniere di hit che poche formazioni coeve oggi possono vantare. Il settimo lavoro della loro discografia, "Drones", li riporta verso sentieri più rigorosamente chitarristici rispetto al recente passato, sprigionando una potenza di suono che sa di ritorno a casa.
Il tutto era stato ampiamente sancito sin dalle tracce fatte circolare in anteprima qualche settimana prima della pubblicazione, grazie alle quali i fan hanno potuto scoprire il nuovo materiale, brani che pur non brillando per originalità si lasciano ascoltare gradevolmente, superando dal punto di vista qualitativo quanto contenuto nei ben confezionati ma musicalmente stanchi "The Resistance" e "The 2nd Law".
"Drones" viene presentato come un concept sulle discutibili politiche, imposte da un ipotetico governo, incentrate sul lavaggio del cervello, l'annullamento dell'individuo e il simbolico sopravvento dei droni. Nella visione del trio, da ciò scaturirebbe una ribellione in grado di portare conseguenze disastrose per l'intera umanità.
Preso il ritmo di un disco ogni tre anni, i Muse pubblicano un lavoro che ha il sapore del compitino ordinato, svolto da chi è bravo e sa di poter agguantare la promozione senza troppi sforzi: nessuna trovata originale, nemmeno un guizzo che faccia davvero gridare al miracolo, tutto pare architettato per scuotere le masse negli spazi aperti sold out della prossima estate.

Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

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