Fisica, Fantasy e Garage-Pop per esplorare frontiere da un altro punto di vista

Sette brevi lezioni di fisica - Carlo Rovelli: "Ci sono frontiere, dove stiamo imparando, e brucia il nostro desiderio di sapere. Sono nelle profondità più minute del tessuto dello spazio, nelle origini del cosmo, nella natura del tempo, nel fato dei buchi neri, e nel funzionamento del nostro stesso pensiero. Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l'oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato". Tale è il presupposto di queste "brevi lezioni", che ci guidano, con ammirevole trasparenza, attraverso alcune tappe inevitabili della rivoluzione che ha scosso la fisica nel secolo XX e la scuote tuttora: a partire dalla teoria della relatività generale di Einstein e della meccanica quantistica fino alle questioni aperte sulla architettura del cosmo, sulle particelle elementari, sulla gravità quantistica, sulla natura del tempo e della mente.

Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone: Da sempre, ma col Il racconto dei racconti in particolare, il cinema di Matteo Garrone, è un gioco d'equilibrismo, una camminata su una corda tesa tra queste polarità, il risultato della tensione tra questi estremi. Non è un caso, quindi, che in questo nuovo, temerario film del regista romano si mettano in scena di due momenti di funambolismo con precisi significati narrativi. Presenti e permeanti, nel film che Garrone ha tratto da tre selezionate fiabe scritte da Basile, queste tre polarità sembrano continuamente tirarlo (e lo spettatore con lui) da una parte e dall'altra, alla ricerca di un equilibrio quasi impossibile. Queste tre tensioni rimangono lì appese, brucianti, irrisolte: e proprio per questo Il racconto dei racconti ci si para di fronte come un'opera volutamente liquida e mutevole, pulsante di vita, di suggestioni, di cinema: un cuore di drago marino che batte ancora, e che promette una generazione creativa e narrativa pronta a ribellarsi benevolmente al suo creatore. Con un movimento uguale e contrario rispetto a quello compiuto nel suo film precedente, in questo Matteo Garrone non ricopre il mondo reale di grottesco e paranoia ma tira a lucido d'artista la superficie e i personaggi di un mondo fantastico eppure normalissimo nelle sue aberrazioni.
Insofferente alle convenzioni, il regista sceglie per il suo film costumi sgargianti e rilucenti di finzione anche quando lerci di sangue o fango, una fotografia nitidissima che non indugia in ombre o chiaroscuri goticheggianti ma abbraccia il luccichio del barocco, interpreti con volti perfetti ai loro ruoli che si stagliano sullo sfondo come figure di una messa in scena teatrale e minuziosamente coreografata. E, complice un lavoro senza precedenti sulla scelta delle location (tutte reali), organizza le sue inquadrature con un'attenzione pittorica che richiama Goya, Velasquez e Rembrandt, avvicinandosi in alcuni momenti a quanto fatto da Stanley Kubrik in Barry Lyndon. Al capo opposto di questa estetica tesa lungo tutto il film, c'è una costruzione narrativa che lavora con guanti laboratoriali su storie e figure e situazioni archetipiche, quelle delle fiabe; che le mantiene essenziali, le trascura forse anche un po', le appoggia semplicemente sul suo tappeto visivo. Se delle tre storie La pulce, quella interpretata da Toby Jones e la soprendente Bebe Cave, è di gran lunga quella più riuscita e coinvolgente, la più vicina alla visceralità inquietante e al senso del meraviglioso tipico del fiabesco, l'impressione generale è che Garrone abbia più o meno consapevolmente sfidato quel mondo e quelle convenzioni, privilegiando la testa laddove ci si sarebbe aspettati la pancia, ragionando costantemente sullo slittamento e le sovrapposizoni del senso stesso, intimo, ontologico, di realtà e fantasia. Gli slittamenti, le sorprese, le dissonanze estetiche e narrative, rendono Il racconto dei racconti vibrante e dinamico, in costante dialettica con sé stesso e con gli occhi e la testa di chi lo osservano.

Vaccines - English Graffiti: Il terzo album dei Vaccines arriva dopo una lunga gestazione. "Come Of Age", giunto a un solo anno di distanza dall'ormai classico debutto, aveva messo in luce evidenti limiti. La band sembrava arenata in un pop chitarristico che aveva già detto tutto al primo colpo e annaspava alla ricerca di nuove idee, che avrebbero necessitato di più tempo per emergere. Alcuni li diedero per finiti, tuttavia il primo posto della classifica britannica li consolò per l'altalenante risultato artistico.
Nel 2013 arriva la sorpresa, un Ep intitolato "Melody Calling", con una title track splendida – forse la loro miglior canzone – che li mostra decisamente trasformati, benché ancora riconoscibili. Il muscoloso garage-pop degli esordi ha lasciato spazio a un delicato indie-pop con la ritmica dettata dalla chitarra acustica e i ricami lasciati a un elettrica effettata e prodiga di suoni eterei. 
La band ha così mostrato le proprie capacità di rinnovamento. Che vengono sublimate nel nuovo album, un pastiche fantascientifico denso di ambizioni. Justing Young, cantante e leader del quartetto, ha dichiarato prima della pubblicazione che il loro obiettivo era realizzare un album che catturasse il presente della musica tanto da "suonare fantastico adesso, ma orribile fra dieci anni". È una frase curiosa e più intelligente di quanto non appaia a primo impatto: molti ascoltatori di musica rock alternativa sono infatti soggiogati dall'attualità e un disco il cui suono è radicato in un'epoca distante da quella attuale viene spesso visto con sospetto. Andare contro una simile ossessione può risultare salutare e abbattere molti steccati durante la fase creativa.
Le canzoni che catturano al primo ascolto sono a sorpresa quelle più complesse: "Minimal Affection" decolla su un ritornello alla Strokes e lo arricchisce con chitarre che sembrano uscire da una cavalcata progressive rock; "Dream Lover" punta sul contrasto fra la pacatezza della strofa e l'imponenza del ritornello; "Denial" si apre come un inno per la pista da ballo, ma sfoggia in seguito un miscuglio di distorsioni e voci trattate; "Want You So Bad" mantiene l'aura stralunata e ci aggiunge una pulsazione metronomica e una massiccia dose di riverberi.
Il singolo "Handsome" è forse l'unico dei tentativi più energici a essere pienamente riuscito, tuttavia la scaletta è variegata abbastanza da far perdonare le sbavature, a riprova di una maturità ormai raggiunta.
Il problema per la band sarà ora riuscire a convincere il pubblico: l'ingresso lusinghiero nella classifica britannica è scontato, lo è invece molto meno una soddisfacente permanenza nella stessa, soprattutto ora che il favore mediatico intorno a loro sembra in fase calante. Intanto, per tenere vivo il chiacchiericcio, Young si è autocertificato – non a torto – fra i migliori autori di canzoni in circolazione.

Ultima modifica ilLunedì, 08 Giugno 2015 00:08
Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

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