Andrea Appino Andrea Appino

La bellezza va oltre l'apparenza: Murakami, Mad Max e Andrea Appino

Questa settimana tre grandi ritorni, tre grandi personaggi simbolo del mondo di cui fanno parte. All'apparenza possono sembrare sconnessi tra loro, ma non è così: il nuovo libro di Murakami è un romanzo di crescita e formazione, di capacità nell'affrontare le incomprensioni e i dubbi dell'esistenza; George Miller invece torna come meglio non poteva col suo nuovo Mad Max, film acclamato da tutti, film che dimostra come la grandiosità del cinema contemporaneo possa fare da sfondo a un racconto complesso, che non è quindi solo di grande impatto visivo, ma anche di grande impatto emotivo; arriviamo infine all'atteso ritorno in veste di solista di Andrea Appino, frontman degli Zen Circus, che dopo l'intimo "Il Testamento", torna con un album più disincantato, più pop, ma non per questo più leggero e senza pensieri.

L' incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio - Murakami Haruki: A Nagoya abitano cinque ragazzi, tre maschi e due femmine, che tra i sedici e i vent'anni vivono la più perfetta e pura delle amicizie. Almeno fino al secondo anno di università, quando uno di loro, Tazaki Tsukuru, riceve una telefonata dagli altri: non deve più cercarli. Da quel giorno, senza nessuna spiegazione, non li vedrà mai più: non ci saranno mai più ore e ore passate a parlare di tutto e a confidarsi ogni cosa, mai più pomeriggi ad ascoltare la splendida Shiro suonare Liszt, mai più Tsukuru avrà qualcuno di cui potersi fidare. Il dolore è cosi lacerante che nel cuore del ragazzo si spalanca un abisso che solo il desiderio di morire è in grado di colmare. Dopo sei mesi trascorsi praticamente senza mangiare né uscire di casa, nelle tenebre di un'infelicità senza desideri, Tzukuru torna faticosamente alla vita ma scopre di essere cambiato. Non solo nel fisico - più magro, dai lineamenti più duri e taglienti - ma anche, soprattutto, nell'animo. Ancora oggi, quando ormai ha trentasei anni, continua a vivere con l'ombra di quel rifiuto che lo accompagna sempre, come una musica che resta sospesa nell'aria anche quando non c'è più nessuno a suonarla. L'incontro con Sara, che intuisce l'inquietudine nascosta dietro l'apparente ordinarietà di Tsukuru, sarà l'occasione per rispondere a quelle domande che per sedici anni l'hanno ossessionato ma che non ha mai avuto il coraggio di affrontare.
L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio si può definire un romanzo di formazione, soprattutto "di crescita", quella interiore del protagonista, Tazaki Tsukuru - "uomo che sembrava privo di una personalità dalle caratteristiche spiccate" -, costellata di piccoli elementi, quasi insignificanti che comunque ne andranno a tracciare il futuro - "Lui stesso, quando si guardava allo specchio, si trovava irrimediabilmente noioso". Non avere un colore insito nel proprio nome - quando questo è un elemento comune ai suoi quattro migliori amici - può pregiudicare l'esistenza? È il romanzo di una vita segnata da un'incomprensione; di un'infanzia, un'adolescenza e una maturità rigide, strutturate come solo la società giapponese riesce a fare; di un'incomunicabilità legata all'educazione che impedisce l'espressione libera e assoluta dei propri sentimenti e induce alla solitudine.
È un libro di sensazioni che non si può descrivere se non attraverso sensazioni. Un romanzo del quotidiano che fa del quotidiano romanzo. Ed è opinione comune che unicamente i grandi scrittori abbiano la capacità di svelare lo straordinario nel banale.

Mad Max: Fury Road di George Miller: Un nuovo volto, un nuovo inizio, una nuova destinazione. Se di reboot dobbiamo parlare, e se Mad Max: Fury Road lo è, allora lo è in una delle maniere più sensate viste finora al cinema. Perché è con una consapevolezza che ha quasi dell'incredibile che George Miller ha preso l'icona che ha creato alla fine degli anni Settanta, e tutto l'armamentario e l'immaginario estetico e non che lo circonda, e lo ha trasportato intatto nel cinema di oggi, incastrandolo perfettamente nel presente e potenziandolo senza snaturarlo.
Se il deludente Oltre la sfera del tuono era inevitabilmente e disgraziatamente figlio degli anni Ottanta - un decennio impossibile per Mad Max, così deciso a nascondere sotto il tappeto tutto lo sporco dei Settanta che invece era stato brodo di cultura e humus generativo per il personaggio -, Fury Road si trova del tutto a suo agio in questo principio di Terzo Millennio, provato e piegato da un crisi che non è solo economica ma culturale, strutturale e ideologica.
Il post-apocalittico, insomma, è perfettamente appropriato all'oggi, e Miller lo sa. Come sa che alla radicalità essenziale dei primi due film della serie di Mad Max andava aggiunta la grandiosità spettacolare del cinema contemporaneo, spingendo senza paura alcuna sull'acceleratore: in ogni senso possibile.
Il nuovo Max di Tom Hardy è più ruvido e tormentato di quello di Gibson, è più massiccio, letale e grugnisce perfino di più; i colori sono saturi all'inverosimile, che si tratti dell'arancione del deserto o del blu della notte; i veicoli più elaborati e più veloci; i personaggi più estremi nei costumi, nell'iconografia, nella bellezza o nella deformità patologica perfino in senso puramente fisico. Miller è ancora fieramente punk, il suo film un'opera rock che porta all'estremo il tribalismo degli esordi e ci innesta sopra l'estetica malata del Dune di Lynch, rivista e corretta, che travolge come un ciclone.
Le due ore di Fury Road sono una corsa frenetica ed esplosiva che lascia senza respiro, che assalta i sensi e regala uno stupore come da tempo il cinema d'azione non faceva. Miller, con buona pace di tanti omologhi hollywoodiani, ridefinisce gli standard del genere, sposta in avanti i confini di un'industria che, presa dal vortice di benzina, sabbia e adrenalina, si trova costretta ad accettare un'estetica ardita e un messaggio sovversivo. La domanda, infatti, oggi più che mai è centrale: correre, correre, ma per arrivare dove? Per lasciarsi cosa alle spalle? E ancora: chi fugge, e da cosa?
In tutta la sua vertiginosa spettacolarità, Fury Road si basa su un discorso che non si esita a definire politico: nella fuga dell'Imperator Furiosa di Charlize Theron (vera protagonista del film) e delle concubine del villain, Miller non racconta solo la rivolta di un femminile che rifiuta la violenza e lo sfruttamento, ma qualcosa di più complesso. Anche perché, alla fine, la loro destinazione non potrà essere né l'eden utopico né il naufragio nichilista, ma il ritorno a un punto di partenza che deve cambiare di segno.
Nel suo tripudio di metallo e carburante, Fury Road celebra il canto del cigno della civiltà industriale e capitalista così come l'abbiamo conosciuta fino a oggi; nella rivolta di chi è sfruttato e nella consapevolezza che nasce nei soldati del sistema, il segno di una rottura che è già avvenuta; nel suo specifico femmineo, generativo e materno, che s'incontra col pragmatismo maschile di Max, la direzione da percorrere affinché le cose possano cambiare dall'interno, gestendo le risorse e l'umanità (tanto in senso fisico quanto etico) in modo nuovo e diverso.

Appino – Grande Raccordo Animale: Quando ha pubblicato il suo primo disco solista, Appino veniva da quasi vent'anni con gli Zen Circus e la necessità principale era quella di staccarsi dal suono della sua band. La strada scelta era stata duplice: sul versante dei testi aveva buttato fuori le parole più personali e intime che avesse mai scritto, mentre le musiche erano andate verso un suono violento, con il fondamentale contributo di Giulio Ragno Favero alla produzione. Due anni dopo, Appino ha di nuovo cambiato, perché "Grande Raccordo Animale" va in una direzione differente e molto coraggiosa: quella di un album pop.
No, non è una sparata: per uno come Appino, con la sua storia, la cosa più difficile da fare è trovare un suono e uno stile in grado di farlo conoscere a un nuovo pubblico, senza però lasciare deluso chi lo segue da anni. Lo dice lui stesso con ironia in "Tropico del Cancro", il pezzo che chiude l'album: "non farsi mai e poi mai trovare / dove tutti ti vogliono aspettare / ma se poi voi non mi trovate / ai miei concerti chi ci verrà?"
Per cercare un equilibrio così difficile, Appino ha chiamato come produttore Paolo Baldini e con lui è riuscito a realizzare un disco maturo e pieno. In apparenza, la novità più evidente sembra la deviazione verso il reggae, ma in realtà l'aspetto più importante dell'album è la capacità di introdurre questo elemento senza perdere l'anima Zen Circus, tenendo alcuni brani più legati all'esordio e aprendo a canzoni che in tutto il mondo verrebbero semplicemente definite delle ballatone rock, ma che qui da noi finiscono per essere classificate come "pezzi alla Vasco Rossi". Che è una roba strana, ma va così.
Tutto questo sposta gli equilibri verso il pop, ma non aspettatevi un album leggero o senza pensieri: le canzoni di "Grande raccordo animale" parlano sempre di insicurezze e ansie, di persone perse che sperano di trovare prima o poi una Itaca a cui tornare o in cerca di una fuga da qualsiasi cosa, anche da una vita che non è stata da "Rockstar" e si è risolta nel non avere in tasca nemmeno una manciata di euro per pagarsi una birra. Rispetto a "Il Testamento", mancano i pezzi in grado di far attorcigliare lo stomaco: Appino sembra aver fatto un passo di lato, preferendo osservare e raccontare quello che vede, con grandi dosi di disincanto, ma sempre rifiutando qualsiasi forma di giudizio.
In apparenza Appino sembrerebbe essere dove non ci aspetteremmo di trovarlo, ma a conti fatti si tratta di un errore di prospettiva, perché un album completo e complesso come "Grande Raccordo Animale" è esattamente il tipo di disco che può firmare solo uno che suona e scrive canzoni da vent'anni e che in questo, è sempre bene ricordarlo, rimane uno dei migliori in circolazione.

Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

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