Viaggio tra cinismo e desiderio: il libro postumo di Giorgio Faletti, il nuovo film di Sorrentino e l'ultimo disco di Levante

Questa domenica tre opere collegate tra loro dalla presenza dolceamara di malinconia e gioia, orrore e desiderio, dal tentativo di comprendere il senso delle cose più profondo. Non si va sul sottile quindi: si parte col libro postumo di Giorgio Faletti, "La Piuma", per poi affrontare l'ultimo film di Paolo Sorrentino, "Youth - La Giovinezza", in concorso al Festival di Cannes. Concludiamo col nuovo disco di Levante, cantautrice siciliana, torinese di adozione, che ritorna dopo il successo di "Alfonso, tanti auguri ma non ti conosco."

Giorgio Faletti – La piuma: Giorgio Faletti si accomiata dai suoi lettori con la sua opera più bella, originale e dolente. Una favola morale, che accompagna il lettore attraverso le piccole, meschine, ignoranti bassezze degli uomini, sino a comprendere, attraverso il più innocente e semplice degli sguardi, il senso profondo delle cose. Del loro ruolo. E della fine. Seguiamo una piuma mentre traccia il suo invisibile sanscrito nel cielo, la vediamo posarsi sul tavolo dove il Re e il Generale tracciano i piani per la battaglia per la conquista di Mezzo Mondo, noncuranti di chi poi dovrà combatterla; ascoltiamo insieme a lei i tentativi del Curato di intercedere a favore dei contadini con il Cardinale privo di fede; attratti da una dissonante melodia volteggiamo dentro al Teatro, per assistere allo spettacolo meraviglioso e crudele della Ballerina dal cuore spezzato: il nostro volo ci porterà a conoscere altri, sventurati personaggi finché la piuma non incontrerà lo sguardo dell'unico che saprà capire quello che nessuno prima aveva compreso. Erano anni che Giorgio Faletti lavorava a questo testo, come ha raccontato sua moglie Roberta Bellesini a Gabriele Ferraris su La Stampa ("Era fatto e finito. Persino i disegni di Paolo Fresu che lo illustrano erano pronti da almeno due anni. Giorgio ci lavorava su da quattro. A intervalli, però, quando non faceva qualcos'altro"), e l'idea era quello di trarne un musical, di cui avrebbe già abbozzato qualche musica: insomma il testo giunto in libreria per Baldini & Castoldi è così come probabilmente l'avrebbe licenziato lo stesso autore.

Youth, La giovinezza di Paolo Sorrentino: È provocatorio, Sorrentino, con i suoi spettatori ci gioca, indica la luna per vedere se guardiamo il dito invece di quel che il regista allestisce con l'altra mano sfruttando la luce argentea del satellite e abbagliandoci con essa.
L'estremizzazione coerente e avanguardistica del suo percorso estetico è un vero e proprio guanto di sfida lanciato in faccia a chi guarda, ne mette alla prova la resistenza e la capacità di perdersi in quella sublimazione, di abbandonarsi a un godimento estetico che via via è del tutto slegato dal contenuto e dalle meccaniche del desiderio: è quel godimento puro e paradossalmente asessuato provato da Michael Caine e Harvey Keitel che, immersi in una piscina, osservano sfilare davanti a loro e adagiarsi mollemente tra le acque una Madalina Ghenea vestita solo di sé. Un godimento senza brame e senza illusioni che avvicina al nirvana, quel nirvana suggerito dalla figura del monaco buddista ospite dell'albergo sulle alpi svizzere che è teatro di Youth, e che ospita sosia di Maradona, coppie silenziose, giovani irrequieti e anziani spaventati, donne velate e alpinisti timidi e barbuti.
Perfino sotto questa spessa glassa zuccherosa fatta di elegantissimo rococò e di linearità minimal-chic, l'amaro e l'amarezza di Youth si fanno strada e pervadono il film e i nostri sensi, la potente semplicità di emozioni basilari e umanissime buca la superficie come stelle alpine che emergono dalla neve.
Il merito è senz'altro anche di un cast di attori in forma strabiliante, con un Caine che lascia senza parole, notevoli duetti con Keitel, una Jane Fonda che appare e scompare potente come un tuono, un Paul Dano che regge senza timori i confronti con i mostri sacri. Ma è anche di una complessità tematica che è quella della vita, e che ancora una volta viene mascherata, camuffata: ancora una volta Sorrentino ci svia, lanciandoci facili ami ai quali farci abboccare, con linee di dialogo ingannatrici mescolate a altre esplicitamente rivelatrici.
Sorrentino mente, spudoratamente, e si diverte come un matto a farlo. O forse non mente, e si diverte semplicemente a abbracciare la contraddizione, il paradosso della vita, la compresenza di opposti che è un po' il motore immoto dell'esistenza.
Caine e Keitel, amici di vecchissima data perché parlano tra loro solo "delle cose belle", non parlano affatto solo di cose belle. Sono sinceri fra di loro e con sé stessi, eppure si dicono bugie, si nascondono le piccole e grandi cose, mettono costantemente sul piatto la scommessa della verità e della fiducia: ma come un gioco, senza agonismi o cattiverie. Assaporano le madeleine dei ricordi, pur sapendo che il tempo le ha rese immangiabili, e che quelle rimaste sono una parte esiziale rispetto a quelle perse nei meandri della memoria.
Il loro bilancio esistenziale vale tanto quanto quello del ben più giovane Dano, perché alla fine tutti dobbiamo fare i conti con poche domande fondamentali: a cosa valgono le nostre azioni e le nostre opere? E se valgono, nel bene come nel male, sono davvero quelle che ci possono salvare dal vuoto dell'esistenza, che possono dare senso all'insensatezza che Sorrentino ricostruisce con tanti sberleffi grotteschi e surrealisti?
Dano confessa a Keitel di aver capito che, tra orrore e desiderio, è il secondo l'unico che vale la pena raccontare. E Caine, anziano afasico e padre a lungo anaffettivo, sostiene, a un certo punto che "l'emozione è sopravvalutata."
Quanto ci sia di vero in queste battute così didascaliche, per Youth e per Sorrentino, è tutto da dimostrare. Perché il regista racconta certo il desiderio, ma anche la sua futilità, e di certo non si esenta dall'orrore, pur mascherandolo. Perché anche l'emozione, alla fine esiste, e conta eccome, e forse conta solo quella: ma, come nel concerto che chiude il film, non deve trapelare dalla maschera del distacco, deve rimanere un segreto tra due anziani coniugi che si confrontano in un (non) dialogo e un'inquadratura di potenza disturbante.

Levante – Abbi Cura di Te: È la ragazza che andava alla festa con le scarpe da sera, l'unica che non si divertiva. La gente le si ammassava addosso facendo il trenino e lei manco conosceva il padrone di casa. E allora esprimeva quel senso d'estraneità con un urlo – "Che vita di merda" – che parecchia gente ha usato in modo ironico per dar voce a un'insoddisfazione più ampia e profonda. Se quella ragazza dovesse tornare a casa di Alfonso, oggi, avrebbe vestiti più belli e storie fighissime da raccontare, tipo di quando è andata a suonare in America. Sarebbero tutti lì a darsi di gomito e a dire guarda, è proprio lei. E insomma, due anni dopo "Alfonso" e a un anno dall'album di debutto "Manuale distruzione", gli occhi sono puntati su Levante. Le tocca dimostrare che c'è, che non era solo una canzone o un album, che ha qualcosa da dire. E lo fa in un disco che la mostra più matura rispetto all'esordio e offre a chi l'ama nuovi motivi per apprezzarla.
Se nel primo album la cantautrice siciliana, torinese dai 14 anni in poi, diceva sostanzialmente che si cresce sulle macerie del passato, in questo spiega che bisogna imparare ad amarsi per essere felici. E infatti attacca con un elenco di cose fatte "per averti", alcune anche stupide e masochistiche, e verso la fine piazza un eloquente "mi amo e non importa se ridi di me". In copertina accoltella l'enorme cervello su cui siede e intanto tiene in mano un cuore – un modo niente affatto sottile di rappresentare il tema dell'album, ma del resto "Abbi cura di te" non è un disco sottile. Dice tutto, lo dice chiaramente, e cerca di conquistarvi subito. L'album ha un sapore dolceamaro simile a quello dell'esordio, ma è più curato, meglio prodotto (da Alberto Bianco), più robusto, più pop. Ogni canzone ha una sua ambientazione sonora, una miscela elettro-acustica con qualche romanticissimo strumento ad arco fornito dal Gnu Quartet. La novità sta negli occasionali tocchi di elettronica, che è protagonista in particolar modo di "Lasciami andare", prodotta dal compagno della cantante, Simone Cogo alias Bloody Beetroots.
Il lato più interessante di Levante è rappresentato dalle irregolarità, da quel modo di raccontare storie piccole, dalla capacità di mischiare nella stessa canzone malinconia e gioia. Ma anche dalle scelte linguistiche improbabili e dalla mancanza di malizia. Con la sua sensibilità d'altri tempi e le sue idee semplici e pulite sull'esistenza, "Abbi cura di te" è un disco contro il cinismo. Per essere il lavoro di una giovane donna che ha fatto i conti con un passato doloroso e ha scelto di essere felice, possiede un entusiasmo e un candore che hanno qualcosa di fanciullesco, e d'incantato.

Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

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