Volontà e Caos: il romanzo di Ferzan Ozpetek, "Leviathan" e la "mente selvaggia" dei Mumford and Sons

Questa settimana, scelte per voi, tre opere quanto mai attuali. Il libro "Sei la mia vita" di Ozpetek Ferzan, uno dei libri protagonisti del Salone Internazionale del libro di Torino, in corso proprio in questi giorni (se ne avete la possibilità andateci); il film "Leviathan", premiato al festival di Cannes 2014, ora nelle sale, un film da cui trapela un'autentica denuncia dello sviluppo post-comunista in Russia; infine, l'ultimo album dei Mumford and Sons, amatissima band londinese quest'anno in Italia con tre date a verona, Pistoia e Roma.

Ozpetek Ferzan - Sei la mia vita: Un'auto lascia Roma di primo mattino. Alla guida, c'è un affermato regista. Sul sedile accanto, l'uomo che da molti anni ama di un amore sconfinato. Dove stanno andando? Mentre la città si allontana e la strada comincia a inerpicarsi dentro e fuori dai boschi, il regista decide di narrare al compagno silenzioso il suo mondo "prima di lui": "La mia vita è la tua e ora te la racconterò, perché domani sarà solo nostra". Inizia così un viaggio avanti e indietro nel tempo: i primi anni in Italia, dove era giunto dalla Turchia non ancora diciottenne con il sogno di studiare e fare cinema, le persone che hanno lasciato il segno, gli amici, gli amori, le speranze, le delusioni, i successi. Storie che conducono ad altre storie, popolate da figure indimenticabili e bizzarre: una trans egocentrica sul viale del tramonto, un principe cleptomane, un centralinista con il rimpianto della recitazione, una cassiera tradita dalle congiunzioni astrali, una bellissima ragazza dallo spirito inquieto. E poi, raffinati intellettuali, inguaribili romantiche, noti cinefili, amanti respinti e madri niente affatto banali. Sullo sfondo, il palazzo di via Ostiense dove tutto accade, crocevia di solitudini diverse, ma anche di intense amicizie e travolgenti passioni. Il palazzo che nel tempo si è trasformato, conservando però intatti i suoi più intimi segreti.

Leviathan di Andrey Zvyagintsev: C'è un senso di eterno che aleggia fra le scogliere sul mare di Leviathan. Una sensazione di assoluto che fin dalla prima scena del film ci porta fuori dal tempo fra personaggi che se non avessero abiti e qualche orpello tecnologico contemporaneo potrebbero essere topos classici della tragedia greca o ancor prima biblica. Personaggi che si muovono come formiche tenaci nonostante il loro infimo ruolo in un contesto troppo grande e troppo antico. Scheletri di balene, relitti di navi, maree che giocano a piacimento con quando consentire all'uomo di spingersi verso il mare. Nonostante questo i nostri protagonisti tentano ammirevolmente di prevalere, di aggrapparsi disperatamente alla volontà e al libero arbitrio. Il loro nemico non è la natura, che non si degnerebbe di farsi coinvolgere, ma l'arroganza del potere che domina la Russia, non solo a Mosca, ma a maggior ragione, anche più pateticamente, a livello locale. Il sindaco di una cittadina sul Mare di Barents, estrema Russia nord occidentale, vuole il terreno in cui sorge la casa di Kolia, meccanico che vive con la giovane moglie Lilya e il figlio adolescente Roma. Lui non ci sta, e chiama ad aiutarlo un vecchio compagno d'armi, avvocato della capitale. Il sindaco, però, non intende cedere, aiutato dalla polizia corrotta e dalla Chiesa ortodossa, come spesso nella storia complice del potere politico, anche quello più deteriore. Il titolo, Leviathan, rimanda al mostro marino dalla terribile potenza distruttrice dell'Antico Testamento, Libro di Giobbe, oltre all'omonimo libro seicentesco del filosofo Thomas Hobbes, per cui potere temporale e religioso non dovevano essere divisi. Il leviatano è uno stato spietato che non lascia spazio alle marginalità di un Kolia. Il film parte come un racconto quotidiano dall'andamento piano, accelera come satira ficcante sulle storture della Russia di oggi, per scoperchiare le contraddizioni dei protagonisti nell'ultimo terzo con una deflagrazione sul potere assoluto dello stato nei confronti del singolo cittadino. Un momento del film che rimanda alle ingiustizie zariste dei grandi romanzi russi e all'inutilità di contare sulla religione, ancora troppo occupata a dare una giustificazione divina all'arbitrio senza limiti del potere temporale. Al contrario della potenza esplicita di un leviatano, però, il film di Zvyagintsev si insinua piano piano, come un'insenatura che si ricopre d'acqua per il salire della marea; silenziosa, ma inevitabile. Rispetto agli altri film del regista ha un andamento veloce, narrativamente sincopato, ma sfuggente, lasciando fuori campo alcuni momenti cruciali, esplosioni di azione che vengono mostrati solo attraverso il peso dirompente che hanno sui personaggi. Un peso che si accumula anche nello spettatore che se lo porta con sé ben dopo la visione del film.

Mumford & Sons - Wilder Mind: Il terzo album si rivela quello della svolta stilistica per la band londinese: girare le spalle al sound che li aveva resi famosi e premiati in tutto il mondo, placando quel fuoco d'artificio ad alta gradazione innodica non era una mossa propriamente scontata. Riporre nel fodero le chitarre acustiche, banjo e kick-drum e immaginare nuove evoluzioni possibili, orizzonti inediti ripartendo quasi da zero.
Certo, i ragazzi hanno corso i loro rischi: qualcuno, molti forse, avrebbero storto il naso, come già era accaduto ai Kings of Leon in metamorfosi del 2008, oppure ai Coldplay più malinconici di sempre, pochissimo tempo fa. Ma tanti altri avrebbero apprezzato, schierandosi dalla loro parte. E certo, si trattava anche di cambiare senza rinnegare del tutto le proprie origini, tessendo un'immaginaria rete di sicurezza che non prescindesse dal grande istinto pop ormai padroneggiato dal quartetto. Cambiando pelle senza tradirsi, i Mumford & Sons hanno vinto la scommessa. Nuovi allori e foltissime schiere di fan ora li attendono, specie negli Stati Uniti d'America, dove d'ora in poi raccoglieranno più consensi.
La produzione scintillante di James Ford (già al lavoro con artisti del calibro di Arctic Monkeys e Florence & the Machine) si rivela calibrata, misurata, perfettamente a proprio agio nell'arduo compito di domare quel toro meccanico imbizzarrito che sempre è stato il sound del gruppo nella sua incarnazione precedente. Governare certe energie, canalizzarle più e meglio di prima. Senza mettere in mostra troppi effetti speciali, troppa mercanzia. Missione compiuta. "Wilder Mind" offre una dozzina di brani per poco più di tre quarti d'ora di musica: entrano in scena nuovissimi elementi che, c'è da immaginare, arricchiranno in futuro la tavolozza sonora del gruppo. Ci sono le chitarre elettriche, una sezione ritmica d'impronta pop-rock, e poi organi, synth e tastiere sempre perfettamente funzionali alle idee di arrangiamento. E questo stupisce senz'altro in positivo: la virata stilistica, infatti, suona davvero come una conseguenza naturale, fluida, sincera, assolutamente non artefatta. È come se la band non avesse cambiato drasticamente il modo di scrivere; come se serbasse da tempo quegli assi nella manica, e attendesse solo l'occasione migliore per calarli.

Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

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