Le indagini di Montalbano, la vita di Kurt Cobain e il ritorno dei Blur

In questa domenica di Maggio dal sapore estivo vi propogno il nuovo libro di Camilleri che vede il ritorno di Montalbano, il docufilm su Kurt Cobain, trasmesso nelle sale italiane solo il 28 e 29 aprile di quest'anno e l'attesissimo ritorno della band britannica Blur.

Andrea Camilleri - La giostra degli scambi: Una ragazza è stata aggredita in una strada solitaria, narcotizzata e rilasciata illesa. La cosa si ripete dopo qualche giorno; questa volta la vittima è la nipote del proprietario della migliore trattoria di Vigàta. Ancora un terzo sequestro lampo e ancora una volta una ragazza. Il commissario Montalbano indaga, e grazie alla sua logica stringente, al suo agire fuori dagli schemi e alla sua capacità di comprendere moventi e sentimenti, supera la soluzione a portata di mano e giunge alla verità. "Non abbagli la luce matta che, sugli schermi delle pagine, proietta comiche a rapidi scatti: una schermaglia rodomontesca con due mosche fastidiose; una rissa con attori che sbaccanano e come palla si involvono e rotolano, con braccia e gambe che si agitano, tra pugni e morsi, e lampi di lama; un commissario con un occhio pesto e un orecchio morsicato, che per «scangio» viene arrestato dai carabinieri; una servente che prende a padellate e fa prigioniero un intruso, che l'ha distolta dalle occupazioni culinarie; un signore ben curato e ben vestito, che più volte va a un appuntamento: a vuoto sempre, e deluso. E c'è anche il remake di una scenetta antica e surreale (dal Libro mio di Pontormo passata a Il contesto di Sciascia) di chi, con la mente scardinata, sta chiuso in casa, e a chi bussa risponde di non esserci. In così lunatica atmosfera sembra che i dettagli creino digressioni. Ma è negli interstizi che il mistero prospera, insondabile; e lento scivola, dilatatorio, deviando gli aghi di qualsivoglia bussola e decorando di apparenze ingannevoli le sue trame da brivido. Il romanzo è un pantanoso labirinto del malamore, di un tenebroso malessere: geloso oppure ossessivo. Nel dedalo di meandri, giravolte, gomiti d'ombra, nasconde una «camera della morte»: l'ultima, la più segreta, come quella delle mattanze nelle tonnare. A Vigàta i notturni sono di leopardiana bellezza. Non assolvono però il fruscìo di invisibili ali di tenebra. Montalbano si è svegliato con una premonizione. Avverte un nebbioso senso di irrealtà, che accredita i giochi di scambio e dà colore di vero alle messinscene di una recitazione truccata. È perplesso. Capisce che gli vengono offerte strade senza mete. Procede con cauta cordialità, e per sghimbescio. Il peso degli anni alla fine conta in positivo. Sui versi di Attilio Bertolucci, dedicati alla «neve» che incanutisce, accorda un sentimento di tenerezza per la fidanzata Livia: per le sue rughe incipienti, per i primi fili bianchi. Quando tutto è sul punto di rivelarsi, un gelo senz'aria scende sul romanzo, sul raccapriccio. E intanto il lettore ha imparato a entrare, insieme a Montalbano, in una «camera della morte», e a tenersi rasente i muri per rendersi impercettibile e non turbare, con la sua presenza, la rannicchiata solitudine del commissario intento ad ascoltare ciò che quel luogo, debitamente interrogato, ha da raccontargli."

Cobain: Montage of Heck di Brett Morgen: Ci si potrebbero fare mille domande, dopo aver visto Cobain: Montage of Heck. Ci si potrebbe chiedere che completezza ci possa essere in un documentario che parte da un punto di vista ben preciso sulle polemiche che ancora circondano la morte del leader dei Nirvana, e che esclude inevitabilmente ogni altro.
Ci si potrebbe chiedere se, a tratti, l'ambizione e la retorica di Brett Morgen non siano state eccessive, con quegli inserti d'animazione che fanno tanto The Wall.
Ci si potrebbe chiedere cosa sarebbe stato oggi di Cobain come icona pubblica se non si fosse tolto la vita a soli 27 anni, come nella peggiore delle tradizioni del maledettismo rock'n'roll.
Alla fine dei conti, però, di fronte alla disperata umanità raccontata sullo schermo dal film, all'energia trascinante della musica, al dolore che bisognerebbe provare per ogni vita interrotta troppo presto, o troppo malamente, sono domande che lasciano il tempo che trovano.
Grazie alla sua musica e al suo carisma, Kurt Cobain è stato forse l'ultima vera e grande rockstar dei nostri tempi, l'ultima icona di un rock'n'roll non solo musicale, ma esistenziale.Grazie alla sua fragilità e alle sue mille contraddizioni che il film di Morgen racconta senza ambiguità o ritrosie, Kurt Cobain è stato legittimamente il mito di una generazione che, proprio come lui, ha vissuto disagio, confusione, ricerca identitaria.
Se le tante immagini live dei Nirvana presenti in Cobain: Montage of Heck dimostrano senza possibilità di smentita il peso di Kurt nella storia della musica, la ricostruzione intima e partecipe della sua infanzia e della sua giovinezza riescono a fare del suo specifico un disagio universale, e al tempo stesso mostrare un'importante chiave di lettura per tutto quello che è venuto dopo.
Certo, con l'entrata in scena di Courtney Love (il documentario è prodotto da loro figlia Frances Bean) le cose si fanno più spinose e l'assenza totale della voce di Dave Grohl e della sua campana si percepisce in tutta la sua giudicante pesantezza. Ma Morgen evita l'agiografia, non facendo mai un passo davanti al Cobain immaturo e egocentrico tossicodipentente, e nemmeno evitando però di mostrarne la sensibilità e l'amore nei confronti della figlia.
Checché se ne pensi di Courtney Love e del suo ruolo nella vita di Cobain, è però col suo arrivo che il documentario trova il suo nucleo più interessante e problematico: perché ancor più di prima mostra un uomo irrisolto, che usa la sua fragilità e ne è al tempo stesso vittima, che brama il successo ma lo rifugge, che vorrebbe rinchiudersi in casa ma non può fare a meno di suonare per un pubblico.
Al circolo vizioso di cui è prigioniero Kurt, Cobain: Montage of Heck ne contrappone uno virtuoso, che se non è riuscito a salvare la vita della rockstar, perlomeno contribuisce a dare un senso costruttivo che superi lo specifico della musica.
La chiave è nell'infanzia e nel suo loop: in quella di Kurt prima, in quella di Frances Bean poi: da un bambino biondo si parte, da una bimba bionda si passa, a un bambino biondo si ritorna.
La struggente fragilità di Kurt Cobain esibita nel celeberrimo Unplugged di MTV (sulla quale con grande intelligenza Morgen chiude il suo documentario, lanciando anche un'implicita staffilata alla Love: "tell me where did you sleep last night") contiene quella di un bambino che voleva solo essere amato: come tutti i bambini, amato a modo suo, in maniera totalizzante e egoistica.
Perché prima ancora dell'eroina, era l'amore la droga di Kurt Cobain, la sostanza che non gli bastava mai. E se questo film, per Frances Bean, è stato un modo per dare a suo padre un po' di quell'amore che non ha potuto dargli dopo la sua morte, ogni possibile riserva, ogni possibile domanda si scioglie come neve al sole.

Blur - The Magic Whip: Sei anni di diaspora, altri sei di reunion: in totale dodici per poter avere tra le mani un nuovo disco dei Blur. Nel mezzo, letteralmente, di tutto. I Gorillaz, le sbandate per la musica africana, i dischi garage di Graham Coxon e quelli post-moderni di Damon Albarn, l'elegante album solista di quest'ultimo. Nel lustro più recente, per la verità, anche qualche sparuta sortita con il timbro della vecchia ragione sociale – leggi alla voce: "Under The Westway" – tra un tour e un, anzi due, album dal vivo. Tante tessere di un puzzle che sembra non volersi mai completare. Poi, in un giorno qualsiasi di febbraio, a sorpresa (o quasi) i quattro siedono sullo stesso divano e, in diretta mondiale su Facebook, danno finalmente, alla loro maniera tra il serio e il faceto, l'annuncio tanto sospirato.
Il puzzle adesso è completo, e a comporlo sono dodici tracce che mettono in prospettiva non solo i fasti dei Blur, ma anche e soprattutto l'enorme bagaglio di esperienze maturate dopo lo scioglimento post-"Think Tank".
È Coxon la mente dietro l'operazione, stavolta. Sua l'idea di mettere mano a quei demo registrati durante una pausa di quattro giorni a Hong Kong nel mezzo del tour della reunion del 2013; sua l'idea di lavorare su quel materiale con Stephen Street, produttore storico della band durante gli anni d'oro del britpop. Una svolta, un passaggio di testimone, quasi un cambio al vertice, complice l'impegno di Albarn con il suo "Everyday Robot" e il suo quasi disinteresse a finire la lavorazione.
Ed è proprio Street a definire, per l'ennesima volta, il sound della band. Nell'anno del ventennale di "The Great Escape", lontano più dalle chitarre ruvide di Coxon che dalla lenta malinconia albarniana, "The Magic Whip" traccia una linea di continuità con le sonorità che hanno contraddistinto i fasti di metà anni Novanta, da "Lonesome Street", che riporta addirittura ai tempi di "For Tomorrow", a "Go Out", che ricorda "Entertain Me". Se "Ong Ong" è il pezzo più coxoniano, con un occhio strizzato ai Beatles, "New World Towers", "Though I Was A Spacemen" e "My Terracotta Heart" riportano dritte alle atmosfere cupe e solitarie di "Everyday Robots". D'altro canto, le metriche reggae di "Ghost Ship" rimandano sì ancora ad Albarn, ma a quello con addosso la maschera dei Gorillaz.
Nella geografia più o meno occulta che fa da sfondo a "The Magic Whip", l'umbratile "Pyongyang" è la descrizione della capitale della Corea del Nord osservata da una finestra. È l'Oriente filtrato dagli occhi di Albarn il tema principe dell'opera, come d'altronde racconta la copertina stessa. Un Oriente che può manifestarsi attraverso le festose luci al neon della già citata "Ong Ong", o viceversa apparire fitto di ombre, a mo' di paesaggi urbani confusi e iper-popolati nei quali si possono scorgere le crepe dei sistemi politici dittatoriali.
In quanto all'obliqua ballata "Ice Cream Man", si configura come una sorta di esperimento reggae-soul non del tutto a fuoco. Il garage edulcorato di "I Broadcast" torna a solleticare il lato giocoso della formazione londinese, mentre sul fronte diametralmente opposto si pone la summa dell'album, quella "There Are Too Many Of Us", che prima si carica di tensione emotiva e poi avvolge l'ascoltatore in un crescendo tanto lisergico quanto efficace. "Mirrorball" chiude i giochi distendendosi in soffici arpeggi dal retrogusto morriconiano.
Non c'è, in "The Magic Whip", una sola chiave di lettura. Più raccolta che album inteso a livello di concetto unitario, rappresenta a suo modo i Blur dopo i Blur. Ovvero riversa, in modo disomogeneo, ma certamente sincero, le esperienze maturate nel frattempo in un contenitore senza coperchio. Non si tratta però di una mera somma delle parti, quanto di un proficuo interscambio di idee ed esperienze che portano a un insieme frastagliato e tutt'altro che perfetto, eppure a suo modo ancora capace di sorprendere e di saper parlare a chi vorrà andare oltre gli ascolti preliminari. Bentornati, Blur.

Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

Email: [email protected]

Devi effettuare il login per inviare commenti

Log In or Sign Up