Amore e rabbia: "Avrò cura di te", "Mia Madre", "I Love You"

Questa settimana tre opere tutte italiane: il libro Avrò cura di te del giornalista Massimo Gramellini, il nuovo film di Nanni Moretti e l'ultima uscita discografica dei Management del Dolore Post-Operatorio. Tre opere accomunate dall'eterna lotta tra amore e dolore e dalla voglia di resistere, nonostante tutto.

Massimo Gramellini, Chiara Gamberale – Avrò cura di te: Lei è una moltiplicatrice di dubbi, lui un produttore seriale di risposte. Lei sta naufragando spinta dalla corrente delle emozioni, lui è la saggezza condensata dopo secoli di Storia. Lei non fa che sbagliare a ogni passo, lui si libra nell'aere, fatto di pura essenza e ripete come un mantra "siamo tutti giusti e perfetti". Loro sono Gioconda, detta Giò, e Filèmone, e sono i due protagonisti di questa storia. Ma solo uno dei due è reale. Lei è un'insegnante di trentasei anni e da due mesi la sua vita è stata letteralmente sconvolta. Dopo quattro anni di matrimonio suo marito Leonardo (sì, Gioconda e Leonardo...), l'amore della sua vita, il pedante professore di greco, buffo come un fumetto, l'ha lasciata con una lunga email nella quale le ha riversato addosso tutto il suo risentimento. Da allora Giò è ritornata a vivere a casa dei suoi nonni, ingaggiando una dura battaglia con se stessa per rimanere a galla. Filèmone è un Angelo, e non in senso figurato. Filèmone è il Custode di Giò, cioè colui che, per tutta la vita, l'ha seguita tenendole una mano sulla spalla. Lui era lì quando i suoi genitori si sono separati e i suoi nonni sono morti, ha assistito alle sue battaglie quotidiane con gli studenti più svogliati e anche a tutti i suoi fallimenti amorosi, inseguendo uomini che riuscivano solo a ferirla. Tra tante "Custodite" che potevano capitargli, persone tranquille con l'animo quieto, a Filèmone era toccata lei: egoista ed egocentrica, perennemente concentrata su se stessa, malata di vittimismo e capricciosa. Quando Giò aveva incontrato Leonardo, l'uomo che l'aveva amata più di tutti, invece di trattarlo con cura lo aveva sballottato qua e là, per dimenticarlo infine in un angolo, come un oggetto qualsiasi. Solo quando lui si era ribellato al suo atteggiamento infantile, lasciandola su due piedi e senza repliche, lei aveva avuto una reazione di rabbia e commiserazione. Finché non è comparso nella sua vita, o meglio, oltre la sua vita, Filèmone. Era stato quasi per gioco che lei aveva inviato un messaggio, una richiesta di aiuto al sua Angelo Custode, così come le aveva insegnato sua nonna da bambina. Il giorno dopo, inspiegabilmente, nel cassetto del comodino vicino al suo messaggio, Giò aveva trovato anche la risposta che aspettava. Parte in questo modo una lunga e appassionata corrispondenza tra la ragazza e l'Angelo, che va avanti per molti mesi. Sarà Filèmone a farle capire i suoi errori, ma senza giudicarla, senza rimproverarla e soprattutto ricordandole sempre che lei è giusta e perfetta. Sarà lui a spiegarle la differenza tra le emozioni e i sentimenti e a indicarle il percorso da intraprendere, le cose da dire e le azioni da evitare per riprendere in mano la sua vita. Con il suo tono mite e pacato Filèmone si prende cura di Giò, le mette una mano sulla fronte e una sul cuore e l'accompagna lungo questo percorso di evoluzione. È un tripudio di buoni sentimenti, questo romanzo, un libro che testimonia il fiorire di un pensiero positivo nell'animo di una persona smarrita. Massimo Gramellini, giornalista e scrittore che con i suoi corsivi sul quotidiano La Stampa ogni giorno commenta a cuore aperto i fatti di cronaca, si è già cimentato in due romanzi di successo L'ultima riga delle favole e Fai bei sogni. Chiara Gamberale, una delle più promettenti scrittrici italiane, ha pubblicato negli anni molti romanzi, anche epistolari come questo. Da Una passione sinistra a L'amore quando c'era, da Per dieci minuti a questo suo ultimo lavoro, attraverso le lettere e i diari abbiamo avuto modo di conoscere molto a fondo la personalità di Chiara e dei suoi alter ego letterari. Questa volta è l'"angelo" Gramellini a duettare con lei, a "massaggiare" i suoi sentimenti e in questo modo a guidare anche tutte le lettrici che, come Giò, stanno affrontando il loro naufragio emotivo.

Mia madre di Nanni Moretti: "Fai sentire l'attore, accanto al personaggio," dice la regista Margherita, lasciandoli interdetti e meditabondi, agli interpreti del suo seriosissimo film sul mondo del lavoro. E Mia madre è così: un film dove c'è sempre qualcuno accanto, qualcosa.
Accanto, di lato alla sorella Margherita, alla madre morente, calmo e capace di accudire e c'è Giovanni, un angelo wendersiano che pare uscito da quel Cielo sopra Berlino proiettato al Cinema Capranichetta, davanti al quale si svolge una delle tante scene oniriche che costellano un racconto che sogna un incubo a occhi aperti. Accanto a Margherita (Buy), c'è Nanni Moretti, attore (mai così bravo) che sta al fianco del personaggio che ne è un chiaro ma trattenuto alter ego.
Un Moretti che sta sempre, silenziosamente, accanto al suo film, autobiografico quanto basta o forse no, che lo guarda e lo accompagna tanto da dentro quanto da fuori, alla ricerca di quella giusta distanza che anestetizzi il dolore senza sopprimerlo.
In Mia madre il dolore è accanto alla risata, la vita accanto alla morte, il lavoro al privato, l'inglese all'italiano, la sicurezza alla confusione, la giovinezza alla vecchiaia. Il sogno accanto alla realtà, costantemente confusi da Margherita e da sua madre Ada.
E tutte queste cose scivolano l'una dentro l'altra, si mescolano, si intersecano e si contaminano, creando fluidità e incertezza, quella fluidità e quella incertezza che sono proprie della vita e di Margherita, che non è mai con la mente e con lo spirito nello stesso luogo, per citare la versione di latino tradotta dalla vecchia Ada e dalla nipote Livia verso la fine del film (e un po' anche Grosso guaio a Chinatown).
Scivola via, Mia madre, scivola via con le musiche di Olafur Arnalds e la voce di Leonard Cohen, con la leggerezza dell'acqua che allaga casa di Margherita, e come l'acqua che scorre lascia i segni più profondi, i segni di un dolore ineludibile, di un peso insopportabile sotto il quale perfino l'angelo Giovanni sembra condannato a perdere le ali e le parole, seppur solo per un attimo.
Toglie il fiato, il dolore raccontato in Mia madre, quel dolore che Moretti, con una scena di straziante bellezza e cristallina semplicità, fa tirar fuori in tutte le sue lacrime solo alla piccola Lidia, dopo una fatidica telefonata arrivata nel cuore della notte e ascoltata da sotto le coperte di un letto da bambina.
Toglie il fiato ma non toglie le risate, che arrivano numerose attraverso le nevrosi morettiane messe in scena dalla Buy, attraverso gli scambi della regista con il bizzoso e incompetente divo americano chiamato sul suo set. Quell'elemento alieno, esterno, disomogeneo, cui Moretti non a caso affida una battuta che è una sorta d'(in)consapevole richiesta d'aiuto sua e dei suoi personaggi, prigionieri dell'incubo di quel che stanno vivendo e di un film che ne è sublimazione e catarsi, e che per Moretti stesso è richiamo all'ordine: "Bring me back to reality!."
La realtà. La realtà di quello che siamo, di quel che vediamo realmente quando ci guardiamo allo specchio, come Moretti ha voluto fare con Margherita, prendendosela con sé stesso, come dice lui, prima che con gli altri.
La realtà di un domani che non ci sarà, una realtà che spezza il cuore, che lascia casse di libri, ricordi, testimonianze e gesta in un corridoio in attesa che vengano faticosamente ricollocate in nuovi scaffali, nuovi cuori, nuove consapevolezze.

Management del Dolore Post-Operatorio – I Love You: Si chiama "I love you" ed è uscito questo 28 aprile per La Tempesta Dischi il nuovo cd del Management del Dolore Post-Operatorio, band lancianese che con questa pubblicazione arriva al suo quarto lavoro discografico. 11 testi, come sempre irriverenti, dove è possibile ancora una volta riscontrare il tono fortemente letterario della scrittura del cantante Luca Romagnoli.
Due liriche, però, sono di altri autori: "Scrivere un curriculum" è tratto dalla poesia del premio Nobel Wislawa Szymborska, mentre "Il mio giovane e libero amore" è ispirato da uno scritto anarchico del 1921.
"Questo disco - spiega il Management - è dedicato a tutti quelli che, quando arriva qualcuno che dice: "Fate quello che volete, ma non toccate l'albero con la mela", si dirigono immediatamente verso l'albero con la mela. Questo è l'amore: due ragazzi tutti nudi vengono messi dinanzi alla difficile scelta tra l'immortalità e la conoscenza. Tutti sappiamo che meravigliosa scelta hanno fatto".
L'idea per il titolo dell'album è nata dall'omonimo film del 1986 di Marco Ferreri, dove il protagonista (Christopher Lambert), stanco del suo rapporto con le donne, si innamora di un portachiavi con la forma di un volto femminile che al suo fischio risponde dicendogli "I love you!".
Il cd è stato anticipato, nei giorni scorsi, dal singolo 'Scimmie', che la formazione ha definito "una versione tecnologica di "Imagine" di John Lennon. A distanza di quasi mezzo secolo dall'uscita di questo inno, risulta ancora impossibile immaginare un mondo senza guerra, senza odio, senza denaro, senza Dio, senza disuguaglianze, senza fame, senza frontiere. L'atto di civiltà è un atto contro la natura, e con l'aiuto della tecnologia abbiamo sognato un mondo senza malattia e senza la morte, dove per mangiare non si deve ammazzare o lavorare: basta un clic. Il sogno divertente di chi non vuole più essere il discendente diretto delle scimmie e ha voglia di entrare finalmente nell'era moderna, passando dall'homo sapiens sapiens all'homo technologicus. Un inno alla tecnologia, alla scienza e alla cultura, contro le superstizioni, l'odio e il dolore".
I Love You è un disco indubbiamente divertito, furioso, con un numero sufficiente di brani da rinfoltire il repertorio per far casino ai concerti, zuppo di quel punk-rock etilico che contraddistingue la band sin dagli albori. Il fatto è che c'è sempre stato dell'altro, nell'urgenza provocatoria dei MaDeDoPo, nelle loro scorribande distorte, in quelle elegie di autentico disprezzo, talvolta capaci di rendere attuali i prodromi del punk stesso. A questo punto è chiaro che, ancora una volta, l'intento non è solo quello di divertirsi, ma di farlo con i denti digrignanti di chi si sta rivolgendo a obiettivi precisi.

Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

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