La musica come denominatore comune: Murakami, Whiplash e Thegiornalisti

Ieri era il Record Store Day, una giornata celebrata, a livello internazionale, ogni terzo sabato del mese di aprile di ogni anno e il cui scopo, così come concepita da Chris Brown (un impiegato di un negozio indipendente di dischi statunitense), è quello di celebrare gli oltre 700 negozi di dischi indipendenti negli USA, assieme alle centinaia di migliaia di negozi musicali indipendenti in tutto il globo. Per l'occasione questa settimana la rubrica tratterà un libro, un film e un disco accomunati dallo stesso tema di fondo, la musica. Nello specifico le opere scelte sono Ritratti di Jazz di Murakami, il film Whiplash e l'ultimo disco dei Thegiornalisti, Fuoricampo: tre grandi opere che dimostrano come la musica, quando è grande, è grande ovunque.

Haruki Murakami, Wada Makoto - Ritratti in jazz: Murakami Haruki ha scritto un atlante sentimentale del jazz. Lo ha fatto nell'unica maniera possibile: scegliendo dalla sua collezione di dischi (rigorosamente in vinile) i musicisti indimenticabili, i brani piú preziosi, le performance storiche, e raccontandoceli con la stessa contagiosa passione di un amico con cui dividere un bicchiere in un jazz club. A completare questo cocktail, perfetto anche per chi non conosce il mondo del jazz, ci sono la straordinaria capacità affabulatoria e la sottile malinconia dell'autore di 1Q84, accompagnate dai ritratti dei musicisti dipinti dall'artista Wada Makoto. Murakami Haruki ha gestito un jazz club per molti anni prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura: ecco, leggendo Ritratti in jazz si ha l'impressione di essersi appena seduti a uno dei tavoli del locale a bere qualcosa mentre un vecchio amico, Murakami stesso, ti racconta quello che stai ascoltando. Il tono è confidenziale, caldo, privo di specialismi, eppure pieno di informazioni, curiosità, aneddoti, di cose che si scoprono. Quello, però, che piú colpisce è la passione sincera e bruciante che ogni «ritratto» trasmette: Murakami riesce veramente a farti «sentire » il brano o il disco in questione. Ritratti in jazz regala al lettore un Murakami allo stesso tempo inedito e riconoscibile. Riconoscibile perché il jazz, ancora piú della corsa, è una passione che forma l'ossatura stessa della sua opera creativa. I suoi romanzi sono pieni di jazz, allusioni a dischi e musicisti: in un'ipotetica ricetta della poetica murakaminiana l'ingrediente «jazz» è fondamentale e i suoi lettori lo sanno bene. Inedito perché mai come in questo libro si ha l'impressione di sentire la voce autentica e senza mediazioni narrative di Murakami, come se il lettore entrasse nel suo mondo piú quotidiano e genuino. Il libro è composto da cinquantacinque schede che, a partire dal ritratto di un musicista dipinto dall'artista Wada Makoto, commentano un disco storico. Ogni scheda, nelle mani di Murakami, diventa un piccolo racconto, un frammento di memoria autobiografica o il fulmineo ritratto di un artista, di un'epoca. Da Chet Baker a Benny Goodman, da Charlie Parker a Billie Holiday, Charles Mingus, Bill Evans, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Miles Davis e tanti altri, si va a comporre una «discoteca» ideale, una guida all'ascolto compilata da Murakami Haruki in persona.

Whiplash di Damien Chazelle: Più che un romanzo di formazione, un viaggio all'Inferno. Più che un film musicale, la storia di una guerra combattuta con le bacchette e a mani nude, meglio se sanguinanti. Più che un racconto autobiografico su uno studente ai tempi del conservatorio, un'impietosa e scomoda riflessione sulle responsabilità e sulla solitudine dell'artista. Il tutto nel nome di Charlie Parker, diventato "Bird" solo dopo l'esplosiva protesta di Jo Jones, mirabilmente espressa dal lancio di un piatto della batteria.
Ecco Whiplash, quintessenza della raffinatezza fuori dal coro del cinema indipendente e seconda prova da regista del trentenne Damien Chazelle. Con una disinvolura da autore consumato, costui ha preso ispirazione dalla propria esperienza di batterista in una scuola di musica e dal ricordo di un insegnante crudele per narrare, in un'alternanza di ritmi suggerita da un montaggio di una precisione inaudita, uno scontro epico nel quale i fantasmi da scongiurare sono due: sbagliare il tempo e precipitare nell'oblio.
In questa sfida fra maestro e allievo, che è punitiva tanto per chi la vive quanto per chi la osserva, il primo non è un sergente testosteronico alla Hartman di Full Metal Jacket, un carnefice accecato dal delirio di onnipotenza o un uomo d'ingegno superbo e autoreferenziale. No, l'insegnante dallo sguardo da rettile Terence Fletcher è un "servitore dell'eccellenza", un cercatore di quel prodiogioso quid che distingue il genio assoluto dai mediocri e che rende lecita perfino la violenza psicologica.
Whiplash non è Saranno famosi che incontra L'attimo fuggente e nemmeno una dimostrazione dell'assunto "solo da una grande sofferenza può nascere un'opera d'arte". No, ridurre il film a un'applicazione pratica della filosofia "yes, we can" significa fraintenderne l'impeto rivoluzionario, che sta tutto nella sua ambiguità morale.
Non c'è nulla di bello, simpatico o eroico nel giovane e prodigioso protagonista, che si vergogna dello scarso talento nella scrittura di suo padre e di una famiglia middle-class che si bea del successo sportivo di un figlio muscoloso e stupidotto. Non c'è niente di nobile nell'egocentrismo e nell'individualismo schietto di Andrew Neyman, e proprio questo ci riconduce al concetto di isolamento dell'artista. Chi vuole diventare grande deve sacrificare gli affetti, trasformare lo spirito competitivo in gioia per le altrui sconfitte e soprattutto prepararsi a una vita in cui a ripagare la fatica non sono l'amore e l'amicizia, ma l'ammirazione estatica, magari postuma, di un numero imprecisato di intenditori. Lo dice anche il professore dall'umorismo malato, così come la storia.
Al prodigio di Whiplash contribuiscono certamente la grinta di J.K. Simmons, la sua interpretazione vibrante, i suoi nervi tesi. Come il film, nemmeno lui perde un colpo e, dopo un'ora e quaranta di "via crucis", ci trascina verso una catartica e inaspettata conclusione. Lasciando uscire di scena una New York che si porta dietro le camminate di Dustin Hoffman e Al Pacino e i personaggi di Woody Allen, Fletcher ci rinchiude in un teatro, portandoci su un palcoscenico dove uno stile musicale nato per affermare gioia e libertà diventa una gabbia sempre più piccola. Ma poi la prigione esplode e il talento si autocelebra in un virtuosismo visivo e acustico che è piacere puro. Il jazz è una musica meravigliosa e a ricordarcelo c'è la colonna sonora del film: un pugno di brani da annoverare fra i must have di ognuno di noi.

Thegiornalisti – Fuoricampo: Dopo che il secondo disco "Vecchio" appariva come una coerente evoluzione rispetto al percorso iniziato con l'esordio "Vol. 1", al terzo lavoro i Thegiornalisti si distaccano completamente da tutto quanto fatto in precedenza e si ripresentano come un incrocio tra Lucio Dalla e gli Stadio, con un pizzico di Antonello Venditti. Questa svolta porta con sé un pregio che sempre più raramente troviamo nella musica italiana contemporanea, mainstream o indipendente che sia: la voglia di cantare queste canzoni a squarciagola, senza freni e con quell'adrenalina che più canti, urli e muovi le mani e la testa a tempo e più aumenta.
Certo, oggi lo sappiamo, la musica si ascolta sempre più come sottofondo e sempre meno dedicando la completa attenzione a essa, ma canzoni come queste le si vive pienamente mentre si è a casa da soli e si ha voglia di prendere un brano musicale solo come spunto per urlare e provare sensazioni forti, fregandosene di cosa penseranno i vicini, oppure mentre si guida in autostrada e allo stesso modo si lascia andare la propria voce a pieno regime, oppure ancora ai concerti della band, non a caso sempre pieni di gente che canta fortissimo da quando il disco è uscito, con un entusiasmo da parte del pubblico che non si trovava da quando sulla scena irruppero I Cani.
Melodie irresistibili, suoni semplici, retrò e appiccicosi, il timbro vocale di Tommaso Paradiso che si trasforma da secco e tagliente a robusto e rotondo, testi capaci di far sì che l'ascoltatore viva sulla propria pelle le sensazioni proposte, anche quando parlano di esperienze che non appartengono al proprio vissuto ma che al massimo ci si è immaginati. Importante anche notare come ognuna di queste singole parti siano perfettamente funzionali a tutte le altre e quindi le canzoni trovino al proprio interno la spinta per essere valorizzate al massimo.
Un aspetto positivo del disco è che non risulta come un'unica raccolta di inni da Circolo Arci, nel senso che, alla lunga, un lavoro composto da canzoni che colpiscono subito rischia di stufare presto. Qui, per fortuna, troviamo anche canzoni che all'inizio spiazzano proprio perché la forza adrenalinica sopra descritta la lasciano appena intravedere, così i primi due – tre ascolti sono un saliscendi tra momenti subito intensi e altri che invece lasciano più domande che risposte. Tra i primi, oltre a "Promiscuità", vanno citate almeno "Per Lei", "Proteggi questo tuo ragazzo" e "Fine Dell'Estate", mentre tra i secondi sono senz'altro ricomprese "Mare Balotelli" e "L'Importanza Del Cielo (Myazaki)", mentre in mezzo c'è l'electro-pop minimale di "Aspetto Che".
Si parla di brani che faticano a convincere inizialmente, perché hanno più leggerezza sia nei suoni che nella voce, melodie meno facili da assimilare e testi che potrebbero sembrare fuori fuoco. Basta però dedicare un po' di tempo in più al lavoro e non solo lo si apprezzerà tutto, ma si rimarrà soddisfatti anche dell'alternanza tra le due tipologie di brani.
I Thegiornalisti mostrano, quindi, di non aver soltanto voluto essere più accondiscendenti nei confronti di una fascia più ampia di pubblico, ma anche di aver avuto la capacità di portare una certa valenza artistica in questa loro svolta. I buoni riscontri che stanno ottenendo sulla stampa e nei commenti in Rete e soprattutto l'enorme e continua ondata di entusiasmo che la gente sta regalando durante i concerti sono ampiamente meritati.

Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

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