Conferme o Flop?: gli ultimi lavori di Houellebecq, Tim Burton e U2

Ci sono artisti di cui si attende sempre un nuovo lavoro, l'attesa aumenta le aspettative, soprattuto se si tratta di grandi nomi. Spesso poi si resta delusi, forse perchè tendiamo sempre a pensare che un opera, che sia film, libro o altro, debba essere migliore o almeno alla pari di tutte quelle precedenti, di quelle che ci hanno fatto apprezzare e, perchè no, idolatrare, un determinato artista. Questa settimana tratteremo Sottomissione, l'ultimo libro di Michel Houellebecq, il ritorno di Tim Burton con Big Eyes e il dibattuto ultimo album degli U2, uscito quasi a sorpresa.

Michel Houellebecq - Sottomissione: A Parigi, in un indeterminato ma prossimo futuro, vive François, studioso di Huysmans, che ha scelto di dedicarsi alla carriera universitaria. Perso ormai qualsiasi entusiasmo verso l'insegnamento, la sua vita procede diligente, tranquilla e impermeabile ai grandi drammi della storia, infiammata solo da fugaci avventure con alcune studentesse, che hanno sovente la durata di un corso di studi. Ma qualcosa sta cambiando. La Francia è in piena campagna elettorale, le presidenziali vivono il loro momento cruciale. I tradizionali equilibri mutano. Nuove forze entrano in gioco, spaccano il sistema consolidato e lo fanno crollare. È un'implosione improvvisa ma senza scosse, che cresce e si sviluppa come un incubo che travolge anche François. "Sottomissione" è il romanzo più visionario e insieme realista di Michel Houellebecq, capace di trascinare su un terreno ambiguo e sfuggente il lettore che, come il protagonista, François, vedrà il mondo intorno a sé, improvvisamente e inesorabilmente, stravolgersi.

Big Eyes di Tim Burton: La significativa citazione di Andy Warhol che apre Big Eyes ha il merito di illuminare gli abissi di danni che il pensiero dell'artista americano, preso e ripetuto senza tare e ragionamenti, ha generato nel corso degli anni. Danni e orrori con cui ancora oggi dobbiamo fare i conti, in una realtà che è una galleria degli orrori composta da riflessi deformati di 15 minuti di celebrità, di pop a tutti i costi, di dittatura del pubblico, di pretese artistiche a costo (intellettuale) zero. La citazione in questione si riferisce ai quadri di Margaret Keane che per oltre dieci anni si attribuì il marito Walter: che, secondo Warhol, non potevano essere brutti in virtù della loro straordinaria popolarità. Di qui, e col procedere del racconto, è facile intuire come il nuovo film di Tim Burton non sia solo un racconto biografico sui coniugi Keane, o una storia di come una donna, francamente un po' nevrotica e di debolezza patologica, sia riuscita faticosamente a liberarsi dal gioco psicologico di un marito mitomane, aggressivo e usurpatore.
Big Eyes, attraverso la storia dei Keane, racconta proprio della grande intuizione warholiana, che riuscì a sublimare e raccontare con l'arte quel che gia esisteva, germinale, nella società statunitense degli anni Sessanta e che è progredito geometricamente fino ai giorni nostri: parla di persone ossessionata dalla fama e dal successo, prima ancora che dalla ricchezza, deformate e ridotte a freak dai loro sogni di gloria; della perversa e geniale vuota idiozia del marketing prima ancora che questo fosse inventato; della società dell'immagine e del suo futuro trasformarsi in società del virtuale, dove il contenuto non esiste più, ma solo il suo involucro.
In quello che forse è il film più lineare e meno barocco della sua carriera, Burton appiana la forma, si muove agile e fluido in placida scorrevolezza prima di perdersi in qualche sciatteria di troppo, ma penalizza il contenuto, e rimane ossessionato dai nuovi freak che racconta tanto da perdere in più di un momento. E - soprattutto in un finale frettoloso e tirato via, dove l'istrionismo isterico di un Christoph Waltz appare sempre troppo sopra le righe - stona quasi sempre tanto nei momenti drammatici che in quelli comici e caricaturali.
Nell'evidente tentativo di scimmiottare, dall'alto, lo stile naif e kitsch dei quadri della Keane, Big Eyes finisce col caderci dentro con tutte le scarpe, assumere il carattere testardo ma debole e velleitario della pittrice, il colorito pallido e lo sguardo ceruleo e smarrito della Amy Adams che la interpreta. Big Eyes, insomma, non ha la forza biografica di un Ed Wood, né la sfrontatezza di Dark Shadows. E la maledizione inconsapevole di Andy Warhol non viene esorcizzata né allontanata in alcun modo, ma anzi reiterata dalla liberazione di Margaret.

U2 – Songs of innoncence: Un ritorno che, per dinamiche promozionali e contenuto musicale ha fatto storcere il naso a molti, proprio per questo lo ascoltiamo con attenzione. È Songs Of Innocence, l'ultimo e discusso album degli U2. Il nuovo disco degli U2, prodotto da Danger Mouse, è stato scaricabile su iTunes, gratuitamente, fino alla data dell'uscita ufficiale, il 13 ottobre. Undici tracce per un disco e una scelta di marketing descritta così dallo stesso Bono: "Sin dal principio come U2 abbiamo sempre voluto che la nostra musica raggiungesse quante più persone possibile, la riprova sta già nel nostro nome, credo: quindi oggi è incredibile per noi. Il disco più personale che abbiamo scritto potrà essere condiviso con mezzo miliardo di persone..- soltanto con un click. Se solo scrivere canzoni fosse così facile. È eccitante e quasi umiliante pensare che le persone che non conoscono gli U2 o non ascoltano musica rock, per quel che importa, potranno trovarci nella loro libreria. Lavorare con Apple è sempre un'esplosione. Vogliono fare cose che non siano mai state fatte prima – è un brivido anche solo farne parte"
L'annuncio dell'uscita a sorpresa dell'album, il tredicesimo in studio della band, è stato dato durante il lancio dei nuovi iPhone e iWatch, a Cupertino, dove gli U2 si sono anche esibiti interpretando la canzone che apre il cd, 'The miracle (of Joey Ramone)'.
Se ne sono dette tante su questa operazione e sull'effettivo contenuto dell'album, possiamo dare un'occhiata alle reazioni della stampa internazionale:
Mojo: Il risultato è il loro album migliore e più completo tematicamente dai tempi di Achtung Baby. Guardando verso il loro passato, gli U2 hanno trovato la loro strada verso il futuro.
Rolling Stone: Il primo album in studio degli U2 in cinque anni – è un trionfo di dinamica e rinascita mirata.
Under the radar: Non è che le canzoni qui siano necessariamente terribili. Però certamente non c'è niente in grado di scandagliare le profondità di "Elevation" o "Get On Your Boots", ma, piuttosto, Songs of Innocence è un disco senz'anima.
Exclaim: Se U2 fossero sempre eccitanti, quella scintilla è stata assente per ben 20 anni, con Songs of Innocence non sono mai suonati così ordinari o stucchevoli.
Los Angeles Times: Non aspettatevi un disco mozzafiato come U2 al loro meglio. Piuttosto, questa è roba media con un paio di canzoni essenziali.
The Guardian: Come campione gratuito, va bene. Ma Songs of Innocence non è il grande ritorno della band, ovviamente, sperato da tutti.
New York Daily News (Jim Faber): E' un album dove i ricchi ricami adombrano l'indumento essenziale. I dettagli impressionano ma il quadro complessivo non appare e convince del tutto.
The indipendent (Uk): Nonostante il coinvolgimento del produttore Danger Mouse, le tendenze più sperimentali di album come Achtung Baby e Zooropa sono stati abbandonati in favore della miscela fin troppo familiare.
Spin: Invece di un trionfale ritorno alla forma, Songs of Innocence è più una conversazione soddisfacente, un volto familiare che appare alla porta sul retro e fa passare il tempo piacevolmente dal buio all'alba.
The A.V. Club: Le cose si fanno più interessanti nella seconda metà dell'album, quando gli U2 si lanciano in favore delle influenze più audaci e deviazioni diverse dal solito.
The Telegraph (Uk): A volte suona come se stesse cercando di risultare un po' troppo difficile per accontentare. Ma è più pop di quanto sia mai stato il Pop e fa di certo un buon lavoro, offrendo coinvolgente pop rock con ritornelli, energia, sostanza e idee che permangono nella mente dopo che hai finito di ascoltare l'album.
The New York Times: L'album è un'esplosione di scoperte, speranze, perdite, paure e ritrovata determinazione in testi che sono apertamente autobiografici. E' anche uno scoppio di impenitente rock, altrettanto gigantesco e dettagliato, nella musica che li trasporta.
In ultima analisi, riprendendo la riflessione di Tony Face Bacciocchi: "L'operazione mediatica e di marketing che ha avvolto l'uscita del nuovo album degli U2, arrivato come d'incanto nei computer e/o telefoni di 500 milioni di persone ha completamente distolto l'attenzione dai contenuti musicali rendendo la recensione e ogni considerazione artistica sul nuovo lavoro dell'immarcescibile band irlandese un trascurabile optional.
"Songs of innocence" di sicuro entrerà nella storia della musica (pur non per meriti musicali). La musica è definitivamente e, ormai irrevocabilmente, gratuita e nel caso degli U2 un gadget secondario rispetto alla portata dell'operazione di marketing che ha portato il nome della band su qualsiasi pagina di informazione. Di "Songs of innocence" difficilmente rimarrà una traccia indelebile e avrà problemi ad entrare anche nei migliori lavori del 2014 ma segnerà l'inizio ufficiale di una nuova era."

Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

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