Salinger, Alan Turing e Verdena

J. D. Salinger -  I Giovani. Tre Racconti: Nessun libro di J.D. Salinger è stato più pubblicato dopo l'inizio degli anni sessanta, vale a dire da quando l'autore de Il giovane Holden si ritirò dalla vita pubblica. I tre racconti brevi ora proposti in italiano da Il Saggiatore (con il titolo I giovani), quasi perduti, sono stati scritti tra il 1940 e il 1944 da un Salinger poco più che ventenne; vengono quindi riscoperti e presentati al pubblico, dopo quasi cinquant'anni dalla loro comparsa.

The Young Folks, che dà il titolo alla raccolta, è la primissima prova letteraria del giovane Salinger: un ironico e spietato ritratto di due ragazzi dell'alta società newyorkese. Il secondo racconto, Go See Eddie, apparve nello stesso anno sul giornale dell'università. Il terzo, Once A Week Won't Kill You, fu stampato nel 1944, di nuovo per Story Magazine. Questa piccola, inedita raccolta, anticipa i grandi temi e le ambientazioni delle opere successive: la solitudine, la difficoltà e le follie della giovinezza, la ricerca di libertà e la speranza nel futuro, la necessità di riparare nel mondo favoloso dell'infanzia.

The Imitation Game di Morten Tyldum: Tutti ricorderanno quando, in Blade Runner, Leon viene sottoposto a un test che serve a determinare se si tratti di un umano o di un replicante, cioè di una macchina programmata dall'uomo. A inventare la fonte di ispirazione del poligrafo che compare nel libro di Philip K. Dick, è stato infatti il matematico inglese Alan Turing. E' quello il gioco dell'imitazione del titolo: la capacità di una macchina di imitare le reazioni di un essere umano, convincendo l'interlocutore di esserlo. Ma se si sa praticamente tutto della vita del paranoico e profetico scrittore di fantascienza, la conoscenza del genio e dell'opera di Turing è stata a lungo confinata a una ristretta cerchia di addetti ai lavori che hanno sempre riconosciuto il proprio debito nei confronti dell'uomo che viene considerato il padre della moderna informatica.
E probabilmente non sapremmo ancora niente di colui che, a capo di una squadra scelta di linguisti, matematici e decrittatori, riuscì a venire a capo dell'apparentemente indecifrabile macchina Enigma – generatrice dei messaggi cifrati con cui i nazisti comunicavano le loro offensive - se nel 2009 il primo ministro Britannico Gordon Brown non avesse fatto pubblica ammenda per il modo indegno con cui era stato trattato in vita proprio l'uomo che aveva contribuito in modo determinante alla vittoria alleata e ad accorciare la durata del secondo conflitto mondiale.
Di quale grave colpa si era macchiato quest'uomo geniale e bizzarro, maratoneta straordinario, solitario ossessionato dal suo lavoro, senza pazienza (e senza difese) nei confronti delle convenzioni? Turing era, semplicemente, omosessuale. A rivelarlo al mondo, in un'epoca in cui in Gran Bretagna era ancora un crimine punibile col carcere, fu la semplice indagine seguita a una sua denuncia per furto che – unita alla mancanza di documenti sulla sua attività durante la guerra – insospettì un poliziotto che credendolo una spia ne provocò involontariamente la rovina. Sottopostosi per due anni al tormento della castrazione chimica per evitare il carcere e poter continuare a lavorare, Alan Turing morì suicida a soli 43 anni. Di tutto il suo contributo allo sforzo bellico, coperto a lungo dal segreto di stato, nessuno sapeva niente, nessuno lo ringraziò e nessuno si scusò con lui. Alla fine della guerra, svolto il suo compito, la squadra venne sciolta, i documenti distrutti e gli uomini che avevano lavorato fianco a fianco giorno e notte per il bene comune non si incontrarono mai più.
The Imitation Game non è soltanto un film bello e ben confezionato ma è anche un biopic per una volta davvero necessario. Le vite degli scienziati, in genere, sono poco cinematografiche. E' difficile rendere eccitante il mondo dei calcoli e l'epifania della scoperta ma il cinema serve a rendere plausibili le cose che non si capiscono, a costruire macchine astratte e finte ma che diventano affascinanti e credibili per il loro legame con l'individualità geniale che le ha progettate. The Imitation Game riesce, da un certo punto in poi, a concentrare la nostra attenzione sulla macchina progettata da Turing, la rende importante quanto i protagonisti della storia.
E fa di più: i numeri perdono la loro astrazione logica e matematica per acquistare concretezza, Sono i numeri che salvano le vite e le condannano, è il calcolo a dettare il numero di casualità "accettabili", a sacrificare arbitrariamente tanti singoli individui per la salvezza di molti di più. Il dramma della scelta morale, che gli scienziati spesso non sono costretti a porsi, si impone agli studiosi della macchina Enigma con tutta la sua lacerante violenza.
Tutto questo, Graham Moore e Morten Tyldum lo inseriscono in una struttura quasi thriller, perfetta per comunicare l'attesa, la frustrazione, l'angoscia, la speranza e gli inganni necessari per tenere testa a un committente (la Marina britannica) che pretende risultati concreti e non si fida di un uomo brillante nel risolvere cruciverba ma che non intende spiegare ai profani cosa sta facendo. Semplicemente perché sa che sarebbe un'inutile perdita di tempo, dato che la sua mente viaggia a una velocità molto superiore a quella di un normale essere umano, sia pure intelligente.
L'Alan Turing ritratto da Benedict Cumberbatch è continuamente in scena e lascia senza parole per le sue mille sfumature. Non sappiamo a quali profondità l'attore abbia attinto per incarnare un uomo che non ha mai incontrato, ma ci commuove e ci sconvolge con l'aderenza totale ad un ruolo che lo consacra – se ancora ce n'era bisogno – come uno degli attori più duttili ed espressivi dei nostri anni. In The Imitation Game si respira l'aria del buon cinema, quello in grado di appassionare lo spettatore ma anche di farlo riflettere.
Certo non basterà un film per chiedere perdono alle centinaia di migliaia di vittime di omofobia della storia (solo il numero di quelle inglesi, prima dei titoli di coda, desta impressione), ma il fatto che sia un film per il grande pubblico a parlarne, di questi tempi è importante è meritevole. Perché Alan Turing era un genio, ma era soprattutto un essere umano, e ogni uomo ha diritto a non essere trattato come una macchina, e senza sottoporsi ad alcun test.

Verdena - Endkadenz Vol.1: Non stupisce che "Endkadenz" prenda il suo nome dal folle atto teatrale e musicale finale di alcune antiche sinfonie recitate dagli stessi musicisti che erano intenti a eseguirle. Il disco di cui stiamo parlando è una piccola opera epica rock, un lungo delirante canto sinfonico in fuzz perpetuo che scioglie chitarre estreme in atti armonici strazianti, giocando con il pop, con la ballata, con il valzer, un certo rock inglese e il Lucio Battisti che getta gli anni Settanta negli Ottanta.
A chi si chiede preventivamente dove vada collocato questo nuovo lavoro ("Ma è tipo Verdena prima di "Wow"? Come "Wow"? Ancora più matto di "Wow"?") possiamo rispondere dicendo che il passo che dal doppio incredibile lavoro del 2011 porta a questo "Endkadenz" è ancora un po' più lungo, ricco, e sprezzante nei confronti del pericolo discografico. Se dunque "Wow" aveva l'onere di condurci a piccoli passi, canzone per canzone, in una visione musicale che dal rock si allargava alla psichedelia, all'autorialità, in un mix potentissimo di fascinazioni tradizionali e sperimentali, "Endkadenz" porta tutto oltre e di brano in brano sembra voler superare la propria stessa scrittura, mescolare uno spettro di influenze ancora più vertiginoso da estrarre con le pinze da un magma infuocato di antica potenza rock che fa riemergere i Verdena più lontani che riusciamo a immaginare ma di certo non si ferma lì.
"Endkadenz" è un lavoro densissimo, i cui testi, in grado ancora una volta di sfidare qualsiasi tentativo di logica tradizionale della canzone italiana, aggiungono un nuovo tassello a una lingua a sé che la band bergamasca ha creato e messo a punto negli anni, dandole sempre maggiore importanza, di album in album. Non esiste brano, come già non esisteva in "Wow", che rinunci al proprio senso, che dietro frasi apparentemente così scollegate e senza filo a tenerle, non riesca a stabilire un fisico abbraccio con il suono, dando così origine a un discorso compiuto e felicemente a fuoco oltre ogni cut up possibile.
Un disco che ai più potrà apparire un grande disco rock o un semplice tuffo nel passato ma che in realtà ha in sé la forza naturale di sperimentazioni sonore estreme per un album di rock italiano, sperimentazioni meno codificate e più nascoste di quelle di "Wow". Un lavoro da scoprire lentamente, con il migliore paio di cuffie che avete in casa e la profondità che va concessa a quella che, senza dubbio, è la miglior rock band italiana su piazza.

Ultima modifica ilDomenica, 15 Marzo 2015 17:02
Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

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