Indie per cui: cosa rende oggi la musica indie tale?

Ormai è sempre più diffuso il vizio di definire tutta la musica indie. Perché indie è sinonimo di ricercata qualità, libertà stilistica, pochi soldi e tanta passione per quello che potrebbe diventare un lavoro, ma anche no. Eppure, secondo un bell'articolo del Guardian, si sentono un po' tutti (fin troppo) indie, anche quegli artisti che oltre a essere più commerciali del dovuto sono prodotti pure dalle major multinazionali. Quali sono i confini dell'indie? Cos'è indie e cosa non lo è? Lo sono le band come i Primal Scream e i Teenage Fanclub che sono partiti da case discografiche indipendenti e sono poi entrate sotto la Sony?

Il termine Indie è spesso confuso con il tipo di suono prodotto dal musicista quando è in realtà il modo in cui il suono è presentato o prodotto. Infatti, esso è spesso associato a un artista o a un gruppo che non fa parte della cultura mainstream o che fa musica al di fuori dell'influenza della stessa. Sebbene lo stile musicale di questi gruppi possa variare molto, tale associazione deriva infatti da un atteggiamento tipo "fai-da-te" e dall'abilità di lavorare al di fuori delle grandi corporations. Tale espressione viene utilizzata per ricomprendere tutti quegli artisti musicali che non firmano contratti con le cosiddette etichette major, (di solito le "quattro grandi" compagnie discografiche: la Warner, la Universal, la Sony e la EMI, che coprono il 90% del mercato discografico planetario). Questa è la definizione data, tra le altre, dal New Musical Express .
Tuttavia, non è affatto detto che un'etichetta che si definisce indipendente garantisca un approccio libero, non orientato verso il marketing o comunque a uno stile musicale prettamente commerciale, né d'altra parte è vero che le major stesse siano orientate esclusivamente alla produzione di musica commerciale (Pulp, Sonic Youth e The Flaming Lips). Più comune in Italia è la definizione indipendente per identificare tale approccio, preferendo usare il termine indie per definire un genere musicale vero e proprio, comunque spesso associabile a un approccio indipendente a livello di etichetta discografica.
Louis Barfe, autore del libro "Where have all the good times gone?", un saggio molto interessante sul percorso storico dell'industria discografica, rintraccia la nascita della prima etichetta discografica indipendente tra il 1914 e il 1916, tutte comprate dalle major Victor, Columbia ed Edison-Bell o distrutte durante il periodo della Grande Depressione alla fine degli anni '20. Ciò che è rimasto delle etichette indipendenti è rimasto legato alla produzione di generi come il blues, jazz e tutti i generi legati ad artisti di colore. E' poi l'Inghilterra il paese che attraverso le etichette Folkways, Oriole e Melodisc che ha introdotto tra gli anni 40 e gli anni 50 la musica jamaicana pre-ska e la world music, più tutto il punk indipendente prodotto dalla fine degli anni '70. L'indie, nell'accezione più moderna del termine, è quella negli anni '80, il periodo del rock alternativo e del movimento C-68, nome di una celebre cassetta venduta in allegato con il magazine britannico NME. Negli anni '90 il significato di indie allarga il suo raggio d'azione e raccoglie tutto ciò che è alternativo rispetto alla musica in mainstream.
L'allargamento del significato fondante dell'indie, nonostante sia un genere oggi sempre più appetibile grazie a quei gruppi che si definiscono indipendenti ma in realtà non lo sono, è stato in parte svilito nel suo significato originale. Spesso però, come ogni forma di distinzione settoriale, è spesso difficile capire se l'indipendenza artistica equivalga all'indipendenza produttiva o viceversa. Se le piccole case discografiche si comportano seguendo una libera linea artistica o se sottendano comunque sempre di più, fin dall'inizio, paletti commerciali mascherati da underground. Cosa ci aspetta il futuro? Le etichette indipendenti saranno sempre meno etiche? Sceglieranno di allinearsi alle major per "allargarsi"? E, ultimo dubbio, i gruppi si formeranno per seguire un percorso musicale indipendente o sceglieranno fin da subito la strada della major per alzare i guadagni e accorciare i tempi a costo di un possibile appiattimento della loro unica identità musicale alla media del basso mainstream?
Ma che cos'è l'indie? Jack Kerouac guardò sempre con diffidenza quella che fu definita la ''seconda generazione della beat generation'. Del resto fu Kerouac a coniare il termine beat in tutta la sua sprezzante autenticità, l'uomo beat è l'uomo battuto, lo sconfitto, il minoritario esiliato dalla società, ''la beat generation'' – scrive Jack – ''è un gruppo di bambini messi all'angolo della strada che parlano della fine del mondo''. Erano esaltati pazzi poeti urlanti e viaggiatori ubriachi di vita, prima che diventasse una moda, una tendenza, che aprisse persino le porte al movimento hippy, prima che tutti iniziassero a scartavetrare le parole con violenza artificiale: insomma erano autentici cantori prima della notte buia che porta a svilire la bellezza della verità. E' questo il pericolo insito delle parole, l'horror vacui. Tanto più ci troviamo di fronte a una parola generalista come indie tanto più esiste una difficoltà di fondo a capire cos'è l'indie. Le riviste ufficiali, quelle patinato-snob, vi parleranno delle etichette indipendenti, degli anni '80, con vaghe citazioni di Jesus & Mary Chain, Pavement, i primi Sonic Youth, e via così. Ma indie non è solo questo, la parola si è evoluta, è uscita dai garage dei gruppi indipendenti ed è entrata nel mondo, avvolta in un'atmosfera di non-sense. Per quanto le televisioni ve lo nascondano, in questo momento in Italia esiste una vera piccola rivoluzione culturale che forse equivale a quella della swinging London (con lo scarto di quasi un mezzo secolo e con le dovute proporzioni). Ci si carica delle chitarre in spalla per andare a suonare nei locali, si ascolta musica italiana e d'oltreoceano, si riscopre Pasolini e ci si appassiona al cinema francese. Tutto questo è reale anche se un po' di maniera, può apparire una posa dei tempi, e in effetti in parte lo è. Si lega all'ossessione di avere qualcosa da dire, da comunicare, l'ossessione di essere parte di qualcosa, di essere insider. E' anche un po' un movimento di rivendicazione degli outsiders. Ovviamente in un calderone e panorama del genere è difficile carpire la verità della ''cultura dell'indipendenza''. Chi è il vero indipendente? Allora torno con la mente a Jack Kerouac, che dopo aver detto di essere un beat se ne andò per la sua strada a continuare a scrivere come un romanziere di razza, lasciò i beat a fare i beat, e imboccò il fucile per cacciare nel Nord America. Il vero indipendente non è ossessionato, è un anarchico dello spirito non un drogato delle mode e della società. Del resto in Italia abbiamo avuto il privilegio di veder passare uno dei più grandi indipendenti di spirito del secolo, tal Fabrizio De Andrè. Un libertario che ci ispira a seguire la nostra natura. Libertà e indipendenza non vanno mai separate.
Terreno scivoloso quello dell'annoso confronto tra prodotto industriale e lavoro artigianale, tra consumo di massa e ascolti di nicchia, tra (il)legittime aspirazioni popular e orgogliose rivendicazioni indie, tra musica senz'anima e musica vera. Terreno viscido e, per quanto ci riguarda, impraticabile, calpestato sì dalla stessa tipologia di giocatori (i musicisti), o aspiranti tali, ma che riguarda certamente due campionati non paragonabili tra loro. Che non vuol dire necessariamente uno migliore dell'altro; semplicemente differenti.

Gabriele Palumbo

"Non sono quasi mai serio, e sono sempre troppo serio. Troppo profondo, troppo superficiale. Troppo sensibile, troppo freddo di cuore. Io sono come un insieme di paradossi." — Ferdinand de Saussure

Email: [email protected]

Altro in questa categoria: « Genialità folle Michael Jackson »
Devi effettuare il login per inviare commenti

Log In or Sign Up