Da Roma nessuna certezza

Venerdì 13 febbraio più di 600 lavoratori ed imprenditori dell'indotto Ilva sono andati a manifestare in piazza Montecitorio a Roma.

Chi si aspettava risposte importanti è rimasto però deluso. Più di 3 ore circoscritti all'interno di uno spazio transennato di fronte al palazzo del Governo a gridare per rivendicare un diritto sacrosanto: essere pagati per il lavoro svolto sotto il periodo di commissariamento. Ed invece si è assistito alla passerella di qualche politico, un turbinio di emittenti televisive che come in un film dirigevano i manifestanti e dalle frasi della delegazione ricevuta dal Governo le solite promesse e rassicurazioni.

Più di mille chilometri, 11 autobus, 14 ore di viaggio per ritornare a Taranto con l'impegno che all'interno del decreto salva Ilva sarà "allargata la forbice delle imprese strategiche". Ma chi avrà il coraggio di spiegare a Peppe, giovane operaio che a Taranto il 23 gennaio aveva rivendicato con disperazione, di fronte alla Prefettura, i suoi sette stipendi arretrati per mantenere la sua famiglia, i risultati concreti di queste vaghe promesse. Ma i politici, i sindaci, i sindacalisti e i rappresentanti delle istituzioni hanno mai provato a vivere con sette stipendi arretrati.

Caro Peppe, venerdì a Roma si è persa ancora una volta l'occasione di ottenere dei risultati concreti ma tanto ormai di te e dei 3.000 lavoratori e famiglie ridotte sul lastrico importa poco ai nostri politici. Forse anche i rappresentanti delle istituzioni hanno dimenticato il significato dell'articolo 1 della Costituzione Italiana secondo cui l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, si, ..... ma quello regolarmente retribuito.

Ultima modifica ilDomenica, 15 Febbraio 2015 00:39
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